Precipitazione annunciata

Ieri guardavo la neve che cadeva, mentre ero in macchina. Cadeva. Preannunciata. E l’auto era pronta (non per merito mio) e in condizioni di essere usata sulla neve.

La neve cadeva, il vento la spingeva sulla strada, l’auto ci scriveva sopra le sue impronte con grafia pulita e sicura, svolgeva il suo compito senza mai andare fuori traccia.

Non come me. Che – è risaputo – sono una pasticciona… già… io non mi preparo mai alle precipitazioni annunciate, quelle facili da prevedere, quelle che – diamine – le mappe del tempo te le mostrano chiare. Non mi preparo perché non so se c’è un modo per farlo né saprei come fare. O forse, se cercassi di prepararmi, l’ansia da prestazione mi divorerebbe l’unico neurone sopravvissuto allo stress e il risultato sarebbe comunque un’incapacità d’azione. Volevo scrivere anche io un compito, o meglio una lettera, chi lo sa… ma anche là sarei andata fuori traccia, forse non avrei saputo neanche cosa scrivere. La debolezza del non saper cosa e come dire e di non saper affrontare la debolezza altrui (quando sai che il destinatario della tua lettera non capirebbe, anche lui reso a sua volta insicuro dalla sua ansia) ha vinto. Ma in fondo chi lo sa se prepararmi sarebbe servito a qualcosa. In fondo ci sono eventi che non si possono modificare… così scelgo di non prepararmi e di subirne le conseguenze, di prendere la cosa così come viene.

La precipitazione annunciata è arrivata e tale e tanta è stata la paura che non ho saputo affrontarla, non ho voluto rischiare. Sono rimasta a guardare, al sicuro. Già, perché forse a differenza dell’automobile che sfida le intemperie contando su un buon motore e gli pneumatici da neve, forse io non sono una macchina e mi concedo, qualche volta, un po’ di “sana” paura, madre di vigliaccheria.

L’asino a due piani

Brutta giornata. No, non brutta. Pessima. Pessimerrima. Neanche la passeggiata in centro e lo shopping (nemmeno ben riuscito – a dire il vero – data la nota pochezza di mezzi di chi studente non è più ma il mondo del lavoro ancora lo rifiuta) erano riusciti a placare i nervi. Già, proprio una brutta giornata.

E poi, mezz’ora in piedi, sotto la pioggia, ad aspettare l’autobus alla fermata di fronte alla pasticceria siciliana, la patria delle leccornie più golose che abbia mai mangiato… mi sentivo come in un girone dell’inferno, condannata a patire le intemperie dell’inverno e a schivare le onde anomale sollevate dagli pneumatici in corsa su quella striscia di asfalto che mi separava dal paradiso perduto, quella pasticceria… che guardavo, spiavo, dal bavero alzato del cappotto, sotto l’ombrello aperto.

“Ti prego, arriva presto”.

Invocavo l’arrivo dell’autobus, per scampare alla pioggia, per non dover morire annegata dalla mia stessa acquolina in bocca…

L’autobus – incredibile!!! – arriva.

Zuppa come poche altre volte, salgo su quella scatola di sardine su quattro ruote, mi rifiuto ti obliterare il biglietto (anche perché avrei dovuto camminare sulle teste delle altre sardine, lanciare un urlo alla Tarzan, usare le sciarpe della gente come liane, farmi mordere da un ragno con un veleno speciale sperando che integri il suo DNA con il mio in modo da diventare una Spiderwoman, sparare le mie ragnatele sul tetto del veicolo e raggiungere – stremata – la macchinetta che avrebbe timbrato il mio biglietto. Certo… nel frattempo che si svolgevano tutti questi film, sarei già arrivata a casa…)… dicevo?… dunque, non timbro il biglietto, indosso gli auricolari per sentire la mia musica preferita. La musica, la musica mi rilasserà e salverà questa giornata.

E invece no. Il lettore mp3 non funziona. Mi ha salutato… Avrà deciso di fermarsi alla pasticceria siciliana. Beato lui.

Dunque sarò costretta a sentire le chiacchiere delle altre sardine, stipate come me su quell’autobus. Ma… non c’era l’espressione: “muto come un pesce”? E perché ste sardine qua stanno sempre a chiacchiera’?

Mentre un’anziana signora tenta di abbordare una giovane ucraina e di convincerla a farle da badante promettendole di trattarla con rispetto (…ma… dico io… rispetto… ma… a me pare scontato! ci manca solo che si senta autorizzata a trattarla come schiava… vabbé), dal fondo dell’autobus comincia a levarsi la voce di uno straniero con vago accento napoletano che urla: “Capita’, famm’ scenn’!”, una, due, tre, quattro volte, urla :”Capita’, fammi scendere!”.

Siamo lontani dalla fermata, c’è traffico, il semaforo è rosso, ma quest’uomo dalla nazionalità non identificata (un UFO?) continua a urlare che vuole scendere, fregandosene altamente e – ovviamente – non renendosi affatto conto di essere uno (scusate, ma quanno ce vo’, ce co’) scassamaroni tale che i timpani di noi passeggeri invocavano l’eutanasia!!!

Ancora urla all’autista, con tutta la voce che ha: “Capita’, famm scenn!”.

Si alza allora un’altra voce maschile, ferma, sicura, ironica, che non tradisce rabbia, forse un po’ di esasperazione:

“Capitano! Apri ’ste porte, ché qua c’è uno che ha fretta d’anna’ ar manicomio!”.

Le porte si aprono e lo scassamaroni urlante scende.

Ma la sorte restituisce sempre ciò che toglie……….

Sale infatti una nonnina veramente dolciiiissssssssssssssssima, che resta in piedi, vicino al conducente e comincia a stressarlo: “Io mi metto qua, eh, non mi dica niente, ma io la devo controllare, che io sono anziana, ma ci tengo alla pelle, voi guidate come dei pazzi… ecco, vede? Lei anziché tenere il volante con due mani, sta sempre col cellulare in mano!!! Ma mentre lavora non si deve distrarre ché lei ha la responsabilità di tutte queste persone, e poi… cosa? Cosa vedono i miei occhi!!! Il giornale!!! Lei ha il giornale sulle gambe!!! Ma che fa? Legge il giornale  mentre guida? Ah, lei mentre guida legge? Parla al telefono, manda i messaggi?? Lei è un pazzo che non sa quello che ci fa rischiare e io mi rifiuto di farmi trasportare da gente così!!”

“Signora, allora scenda e prenda il prossimo”, le risponde stanco l’autista.

“Scendere? L’ho aspettato per un’ora e adesso lei mi fa la cortesia di guidare come deve guidare!”.

Neanche a farlo apposta, un motorino taglia la strada alla nostra scatola di latta, l’autista frena bruscamente, e tutte noi sardine scivoliamo in avanti.

La nonna sardina comincia a urlare: “Ha visto? Ha visto? Lei si distrae e poi…”

“Signora, non ho colpa, o frenavo o lo mettevo sotto a quell’imbecille”.

La signora fraintende, non capisce che “imbecille” è riferito al ragazzo sul motorino… “Imbecille? Imbecille a me???? Allora sa che le dico????? Che lei è un asino!!! Lei è un ASINO A DUE PIANI!!!!”

La dama, il cavaliere e l’ascensore

E così, dopo una lunga giornata di lavoro, si tolgono i panni della fatica, si depongono gli arnesi (vedi: camice e fonendoscopio) e si ritorna “in borghese” in mezzo a tanta altra gente, lì, in “anonimato”, nei corridoi dell’ospedale. Si pigia il tasto in direzione “su” e si attende l’ascensore. Mentre si è assorti nei propri pensieri, mentre già si pregusta un bagno caldo o, più spesso, l’emozione di un gustoso panino che si lascia masticare senza che la ciccia opponga resistenza, ecco che qualcuno turba l’atmosfera di pre-relax e di attesa.

“Signorina”

“Dice a me?”

“Sì”

“Dica”

“Sta perdendo un foglietto dalla tasca”

In tutta serenità, sapendo di aver messo il biglietto dell’autobus nella tasca posteriore dei jeans, ringrazio il gentiluomo per aver evitato che lo perdessi.

Per me la vicenda è chiusa, il biglietto è in salvo e candidamente aspetto l’ascensore, sempre immersa nella poesia dei miei pensieri che già sognano una meta neanche troppo lontana ma purché mi dia ristoro… quand’ecco che il tanto gentile e gentilissimo gentiluomo riprende la conversazione.

“Beh, sa, signorina, è stata fortunata”.

Non capendo verso quale orizzonte viaggi quel discorso, lo ringrazio di nuovo abbozzando un sorriso che si incammina verso il nervoso andante.

“Beh, sa, signorina… è stata fortunata, anzi è fortunata che, volendo o nolendo, l’occhio dell’uomo cade sempre là… altrimenti del biglietto non me ne sarei mai accorto”.

Eeeh????

Improvvisamente passo dal sorriso alle sopracciglia aggrottate e se fossi un manga giapponese, la nuvoletta disegnata sulla mia testa riporterebbe i seguenti caratteri: !!!%* >( | ++ ** %& @@@>( >( @@(§>>!!! gggggrrrrrrrrr %& ! ” = ?^ ** <<%+++****§§@&$£%!!!!!!!!

Ma siccome sono una signora, quando  arriva l’ascensore, faccio cenno al cortese idiota di salire prima di me e, mentre lui mi guarda con aria ebete e convinto di avermi detto qualcosa che può in qualche modo interessarmi e spingermi a continuare la piacevolissimachiacchierata (o! dopotutto lui si sentiva quasi un eroe per aver salvato il mio biglietto!!), io rimango all’esterno, sul pianerottolo… e mentre le porte dell’ascensore si chiudono, annullando per sempre la presenza di quel tristo figuro dalla mia vita, il cuore mi muove al gesto spontaneo e naturale di alzare lentamente il braccio sinistro per accompagnare l’espressione molto raffinata che mi si è dipinta sul volto e che dice: a’ poveraccio, ma co ’st’ascensore… ma vedi d’anna’ a f…

Tra gentildonne e gentiluomini ci si capisce.

nell’unico modo possibile (dietro il non detto)

Nell’unico modo possibile, almeno l’unico per me,  amo di un amore semplice, a volte ostinato,  sempre assetato e sempre generoso, mai ostentato e mai arreso, forse ferito, a volte distrutto, spesso calpestato o forse semplicemente non capito e condiviso.

Ti amo. Ma non te lo dico. E non te lo dico per non spaventarti. Ti amo e resto solo per osservarti. E dietro lo sguardo c’è sempre un non detto, un’omissione che è poi la verità.

Ti amo. Lo affermo (nella mia mente) ed uso il presente. Ché di certezze non ne ho mai avute tante, ma questa è l’unica verità di oggi, quella che conosco stasera.

Ti amo. Nell’unico modo possibile.

ma dove sono le castagne

Ma dove sono le castagne, le bucce dei mandarini, i caminetti con il fumo che accompagna in cielo i sogni, le risate e l’allegria delle chiacchiere vivaci di un gruppo di amici che si difende dal freddo sotto la copertona pesante di lana? Ma dov’è quell’intimità familiare, quella sintonia, quel sentirsi perfettamente a proprio agio, liberi di essere, di dire, di pensare, di scherzare?

“C’è l’aperitivo nel locale in, dove entri solo se vesti chic, la musica è solo quella giusta (e ovviamente a tutto volume ché quando si conversa è meglio che non ci si capisca per non rendersi conto di quanto siano vuote certe scatole craniche…), il drink è da paura e il fumo di cui si parla non è certo quello del caminetto… e anche perché… sei out se non ti riscaldi con il giubbotto in fibra sintetica hi-tech…”

Ma io resto a casa, fuori una musica “piovana”, dentro un rumore di castagne che saltellano sulla fiamma…e, in verità, questa semplicità mi piace e mi mette di buon umore. E se mi sento bene, sento anche che ci sono, che questa vita non è poi così male, che ci sono piccoli spazi temporali dove fermarsi per coccolarsi un po’.

“C’è l’aperitivo in quel locale in centro, è chic, anche se il cibo fa vomitare e il vino è il peggiore, la gente veste griffata però… certi occhi allucinati! 40 euro per tutto questo, ma prima… un giro di shopping per trovare l’abbigliamento perfetto”.

Queste le parole di chi è figlio della civiltà del consumo, dove “SEI” solo se spendi.

No grazie, io resto a casa, non c’è il caminetto, ahimé, ma c’è tutto il resto… e le castagne sono già pronte e buonissime! E non c’è bisogno di spendere e vivere oltre le proprie possibilità, perché sì… beh… per chi ce l’ha, vale lo slogan che per tutto il resto c’è mastercard… MA CI SONO COSE CHE NON SI POSSONO COMPRARE!

Tempo

Cosa farne del tempo? Come gestire il tempo? Cosa è il tempo?

Una volta lessi un articolo che parlava del tempo e lo descriveva come un artigiano, come un maestro d’arti, sapiente, che lavora con perizia e … pian piano, da un blocco di marmo, da un pezzo di legno, ricava qualcosa di utile o di importante. Allora, mi chiedo, non sono io ad “adoperare” il tempo, ma è “lui” ad usare me? E ancora… non so se sono uno strumento per il suo lavoro o sarò il risultato… o entrambe, entrambe le cose.

Allora lascio che sia il tempo a decidere le mie priorità. In questo momento di confusione totale “lui” sa cosa devo fare, l’ordine cronologico, per l’appunto, è sua prerogativa e visto che l’orologio ormai non mi serve che per constatare il mio ritardo su tutto, lascio che sia “lui” a decidere. Perché ci sono mille cose da fare, da valutare, da organizzare, da curare, da coltivare, persone da incontrare, amici da salutare e rapporti da costruire e far sbocciare.

Tempo al tempo.

Autunno

Ascolto finalmente il tuo invito

- di pioggia e di vento -

a ballare come fan le foglie.

Così m’accogli

- su un tappeto d’ambra e d’oro -

alla prossima festa,

alla prossima neve che

bianco

preparerà il letto nuziale

come dolce sacrificio d’amore

per altre vite che verranno.

(OSoleMia, novembre 2003)

Breve storia di una convivenza

Ciao!

Ciao. Ma tu hai la macchina?

La macchina? No, non ce l’ho.

Come nooooo?

embé? ma che vuole questa, ci conosciamo da cinque minuti…

Ma se non hai la macchina come facciamo?

Facciamo cosa? Ma chi ti conosce?

Allora dico a mio padre che entro un mese mi deve comprare la macchina! (ecco, manco due ore che è a Roma e già è isterica… ma chi me l’ha mannata questa!!!) Io come faccio? io ho bisogno!! io non posso vivere senza la macchina e la mia indipendenza (vabbé…), ma capisci che tragggedia? (no, onestamente non capisco, me la sono cavata benissimo senza la macchina). No, guarda non puoi capire (e infatti proprio questo pensavo), io non posso, proprio non posso vivere senza la discoteca!!! (Bene, quale presentazione migliore e più sintetica di questa?)

Va bene, ma sei appena arrivata! Come ti trovi nella stanza nuova? Come va?

Eh, come va… bene, ma che sono stanca!!

E perché?

E perché… cioé… ho visto l’orario delle lezioni… ma che sono pazzi qua! cioé… tutte quelle ore di matematica… cioè ma sono pazzi!

Ma che orari hai?

Tutti i giorni pieni!

La mia espressione è “un po’ così”, come dire: A’ Cosa!? Sei all’università, mica a Gardaland? E allora continua spiegandomi i suoi GRAAAAAAAANDI impegni.

Cioé! Che sono pazzi! (aridaje) Allora, il lunedì e il venerdì solo non ho mai lezione! (e ti lamenti pure? my god…) poi sempre! capisci? fino alle sette la sera!!!

Mah, sentendo la mia coinquilina preda delle lamentazioni di Geremia mi stavo quasi commuovendo, ma essendoci passata per l’università (ed anche restata per un po’, la stessa che ho frequentato io, con la differenza che il suo piano di studi, essendosi iscritta a un corso di laurea triennale, è leggermente meno… intenso… del mio. Ma, no problem per me, sono scelte) mi sono autoconcessa il beneficio del dubbio. Dunque la Lamentosa si alza con calma alle 10. Entra in bagno e ne esce circa 2 ore e mezza dopo (uguale a come è entrata, con la differenza che il bagno di un autrogrill è più ordinato e pulito, mentre il nostro non è più praticabile… ma “che sono troppo stanca… e dopo metto in ordine” e quel “dopo” configura un futuro indeterminato e per evitare l’esplosione di un viscere cavo situato nel basso ventre e fare plin-plin devo prima un attimino pulire, ché anche una scimmia non ammaestrata si rifiuterebbe di entrare in quel bagno). Va in cucina, blatera che non sa fare il caffé senza il dosa-caffé (no? è INDISPENSABILE per fare il caffé, e pensare che io – che idiota – lo faccio da anni solo servendomi di moka, acqua, un cucchiaino e il caffé macinato) e spera, guardandomi e sbattendo le ciglia (a’ bella!!!) che glielo prepari io (che però non ho mai avuto intenzione di gestire un bar, quindi… ciccia!). Così a mezzogiorno e mezza è ancora indecisa sulla colazione. Si prepara un po’ di latte, biscotti e nutella, poi ritorna in bagno per un’altra mezz’ora, nel frattempo mette su musica a tutto volume che fa concorrenza alle migliori discoteche del continente, poi ritorna in cucina e prepara il pranzo (prepara… brucia pentole e sofficini… inutili le mie spiegazioni sulla preparazione… ma d’altronde come può sentirmi in mezzo al casino del tum-tum-tum della discoteca in casa?). Ovviamente è sempre attaccata al cellulare, ci urla dentro, forse non sa che le cornette sono state inventate apposta perché se devi parlare con una persona che sta a diversi chilometri da te non devi consumarti le corde vocali né causare sordità in chi ha la sfortuna di condividere con te l’appartamento. Mangia, si lamenta, si chiede come mai ha sempre mal di gola (e pensando alle sue conversazioni telefoniche io una spiegazione ce l’ho e mi vien da ridere a crepapelle), è stanca, ha fatto troppo quella mattina, poi ritorna in bagno e ci sta fino alle 15.30 circa, ora in cui esce per andare all’università. Che bello, penso, ora avrò un po’ di pace fino alle 19! No? Non aveva detto che le lezioni duravano tanto e la stremavano?

Ma de che? Alle 17.30 è già a casa. Urla come una pazza isterica che è in ritardo, perché deve uscire, deve andare in un locale, ma lei non è mai uscita di casa senza le ascelle depilate (e vabbé, ma a me che me frega, c’è bisogno che lo urli come se stesse per cascare il mondo?), che non sa che scarpe mettere, che non ha nulla di nero adatto alla serata, che la minigonna non è abbastanza mini, che quella maglietta è scollata ma non troppo, che altrimenti poi le amiche non la invidiano per la scollatura, che tanto la invidieranno comunque perché tutti ci provano con lei, ma lei cerca l’amore della sua vita, cerca la persona giusta, però ieri ha incontrato un tizio a una festa, era ubriaco e dopo aver vomitato insieme (che schifezza… l’amore ai tempi del conato…) lui l’ha baciata (bleahhhhh) e allora lei ora si chiede se questo è amore o una botta e via (eh? ma questa cosa si commenta da sola, scusate), intanto è in ritardo, lei è sempre in ritardo! Ma non è colpa sua, è colpa delle amiche che le hanno comunicato della serata solo alle 17.30 e l’appuntamento è (udite udite) alle 20.30!  Per tre ore tre, ho assistito a una scena come poche, se avessi avuto un fucile le avrei sparato per non farla soffrire più!

Finalmente esce. Ovviamente torna al mattino, ubriaca, persa, inutile essere disturbatrice del mio sonno!!! Sgrunt!!!

La mattina ride, pare contenta, ma è stanca, poverina (invece io no, che stupida, che stavo in casa a studiare come una matta e a fare le ore piccole sulla tesi…), intanto il pavimento è disseminato della qualsiasi, anche gomme da masticare sparse dappertutto. Si lamenta, si lamenta anche che non l’ascolto (e ma vedi di andartene al diavolo, che sono presa da studio e lavoro, e devo trattenermi dallo sbranarti altro che ascoltarti…), sporca, brucia i sofficini e la pentola, si fuma il pacchetto di sigarette in una mattina, mette la musica a palla, mangia, si trucca e si stucca (19 anni hai, ma che stucchi piccola idiota? Tre dita di intonaco e ancora puzzi di latte!), mi parla da donna vissuta cercando di insegnarmi a vivere e intanto lascia accesa la piastra per i capelli poggiata su un supporto in plastica che ovviamente si squaglia rilasciando fumi tossici, poi dimentica il gas aperto, poi usa la lavatrice (comune, vorrei precisare) come cestino per i suoi panni (e non li lava, e non li lava!!) poi litiga con le scarpe, poi finalmente esce e… la serata si chiude sempre al solito modo.

In questi due mesi ho lavorato sodo, non ho le energie per comprendere, non ho la voglia di “aiutare” chi non vedeva l’ora di venire a Roma per fare i propri comodi tanto paga Pantalone (e paga caro, ché in un mese e mezzo già le hanno bloccato ben due carte per aver sforato la soglia massima di spesa mensile… ma dopotutto se una non si accontenta del televisore specie “comune”, ma assolutamente non può vivere senza il televisore al plasma… parole sue… e infatti l’ha acquistato veramente), ma in fondo non ho neanche la forza e la volontà di emettere sentenze sulla vita altrui, ché ancora devo capire la mia. Non ho la presunzione di insegnare agli altri come si vive, che devo ancora impararlo io.

Ma solo una è la cosa che mi interessa. Una è la cosa che mi consola e che mi fa bene, ma tanto bene alla mente e al cuore.

TRA POCHI GIORNI TRASLOCO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Arrivederci alla città che ho vissuto

Roma.

L’ho vissuta questa città. Da quando ho terminato il liceo sono approdata qui, città che mi incantava e spaventava insieme. Ma sono cresciuta con Lei. Roma. Le sue strade conservano i miei passi, i miei ricordi, la mia storia… già, in mezzo alla moltitudine di storie che hanno camminato qui, c’è anche la mia. In mezzo all’eternità dei momunenti dell’Urbe c’è un pezzo di me e del mio cuore.

Qui la mia vita ha iniziato ad essere veramente mia, ad appartenermi più che altrove. Qui ho dovuto contare sulle mie forze, tutelarmi, ma anche fare delle scelte, misurarle, ponderarle. Qui ho dovuto costruire una nuova realtà sociale e di amicizie, qui ho riso e ho pianto, qui ho avuto tutto e perso niente.

C’è un po’ di Roma nei miei occhi, nel mio accento e in certe espressioni dialettali, c’è un po’ di Roma nell’ironia e nel sarcasmo. Ma non è Lei ad appartenere a me. No, Lei è troppo grande, Lei contiene. Contiene anche me, così tanto che sono io ad appartenerle.

A volte odio il suo caos, il disordine, il rumore, la gente che corre senza guardare. Ma l’odio è la faccia di quella medaglia che dall’altro verso non mostra che amore… Perché non c’è un’altra città uguale, perché non c’è un altro posto al mondo che a me sembra altrettanto familiare. Qui non mi sono mai sentita smarrita, qui ho trovato sempre la forza di andare e ricominciare, qui mi sono fatta coccolare e distrarre quando i pensieri erano carichi di nebbia, qui ho sempre trovato la strada. Qui c’è sempre una strada per me, su misura per ogni occorrenza… ampi lastricati, viali enormi, vicoli intrecciati e stretti che poi si aprono su spazi meravigliosi che si riempiono dello stupore dei passanti e dei turisti… quante volte sulle stesse strade, ogni volta lo stesso stupore… non c’è posto al mondo capace di sorprendere così. E pensare che tutta questa bellezza è un po’ anche mia… è stata mia e lo sarà per sempre, perché questi posti hanno impressionato la pellicola della mia memoria… qui, tra questi mille vicoli, ho lasciato i pensieri disperdersi e poi ricongiungersi sulle rive del Tevere, ho disperso la tristezza e mi è stata restituita la serenità.

Roma, come posso lasciarti? Per quanto possa immaginare che una vita in questo caos non sia agevole, come posso credere di riuscire a sopportare il distacco? Sono una persona a cui piace cambiare, trovo il cambiamento stimolante, il nuovo mi affascina e mi dà slancio, la curiosità per il nuovo mi dà forza ed energia… ma se dovessi andar via, Roma promettimi che le tue strade conserveranno ancora la mia storia e i miei ricordi, Roma conserva anche questa malinconia di oggi che piove giù dalla mia testa come l’acqua che ti bagna ora dal cielo. Roma, promettimi che mi riconoscerai ancora tua quando ritornerò.

(note a margine: tengo a precisare che nonostante la nostalgia emergente da quanto ho scritto, non ho programmato ancora di lasciare Roma… tuttavia questi pensieri sono figli della consapevolezza che questa città mi mancherà e mi è mancata tutte le volte che mi sono allontanata anche per pochi giorni… e sono frutto o contorno di una specie di “depressione post-laurea” per la serie: Ok, abbiamo riso e festeggiato, ma adesso? … Beh, la mia amica, che non ha tutti i torti, giustamente mi risponde: e adesso pensa alla salute!)

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