Archivio per la categoria 'metafore'

Precipitazione annunciata

Ieri guardavo la neve che cadeva, mentre ero in macchina. Cadeva. Preannunciata. E l’auto era pronta (non per merito mio) e in condizioni di essere usata sulla neve.

La neve cadeva, il vento la spingeva sulla strada, l’auto ci scriveva sopra le sue impronte con grafia pulita e sicura, svolgeva il suo compito senza mai andare fuori traccia.

Non come me. Che – è risaputo – sono una pasticciona… già… io non mi preparo mai alle precipitazioni annunciate, quelle facili da prevedere, quelle che – diamine – le mappe del tempo te le mostrano chiare. Non mi preparo perché non so se c’è un modo per farlo né saprei come fare. O forse, se cercassi di prepararmi, l’ansia da prestazione mi divorerebbe l’unico neurone sopravvissuto allo stress e il risultato sarebbe comunque un’incapacità d’azione. Volevo scrivere anche io un compito, o meglio una lettera, chi lo sa… ma anche là sarei andata fuori traccia, forse non avrei saputo neanche cosa scrivere. La debolezza del non saper cosa e come dire e di non saper affrontare la debolezza altrui (quando sai che il destinatario della tua lettera non capirebbe, anche lui reso a sua volta insicuro dalla sua ansia) ha vinto. Ma in fondo chi lo sa se prepararmi sarebbe servito a qualcosa. In fondo ci sono eventi che non si possono modificare… così scelgo di non prepararmi e di subirne le conseguenze, di prendere la cosa così come viene.

La precipitazione annunciata è arrivata e tale e tanta è stata la paura che non ho saputo affrontarla, non ho voluto rischiare. Sono rimasta a guardare, al sicuro. Già, perché forse a differenza dell’automobile che sfida le intemperie contando su un buon motore e gli pneumatici da neve, forse io non sono una macchina e mi concedo, qualche volta, un po’ di “sana” paura, madre di vigliaccheria.

Autunno

Ascolto finalmente il tuo invito

- di pioggia e di vento -

a ballare come fan le foglie.

Così m’accogli

- su un tappeto d’ambra e d’oro -

alla prossima festa,

alla prossima neve che

bianco

preparerà il letto nuziale

come dolce sacrificio d’amore

per altre vite che verranno.

(OSoleMia, novembre 2003)

Compagni di viaggio

DRIIIIN – DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! Che c’è? … CHE? EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!! NOOOOO, non mi dire così!”

Avevo appena mandato un messaggio a un’amica per dire che questo viaggio, a differenza del precedente, procedeva tranquillamente, quando l’autista riceve una telefonata da un responsabile della ditta di trasporti e il pullman si ferma in una piazzola di sosta.

“No, ma non è possibile! Ma scusa, ma abbiamo contato due volte!!”.

“Che succede?”
“Qualcuno è rimasto appiedato all’autogrill”.

Il secondo autista ci ri-conta come pecorelle e si accorge, in effetti, che i conti non tornano. Quando eravano in partenza dall’autogrill un ragazzo è sceso e risalito ed è stato contato due volte.

DRIIIIIN – DRIIIIIN – DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNN
“Pronto! E che ti devo dire… ma abbiamo avvisato con il microfono che la sosta durava 15 minuti… siamo stati lì 25 minuti, insomma… Che casino!!! …Lì, in quell’autogrill c’è il pullman della ditta R*****, fanno la nostra strada, quelli sono amici nostri, se la ragazza spiega la situazione, prende un passaggio e l’aspettiamo alla piazzola!”.

Noi passeggeri siamo senza parole, divisi, perché da un lato ciascuno di noi ha degli impegni a cui non vuol mancare, dall’altro lato ci mettiamo nei panni della persona rimasta là. Tuttavia questa persona pare si rifiuti (o si vergogni) di chiedere il “passaggio” all’autobus R***** che quindi riparte senza lei a bordo.

DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! AH… ma perché non è salita su quel pullman? E mica le ho detto di fare l’autostop? E va bene, va bene, ora chiedo ai signori se sono d’accordo… Signori, ci sono problemi se torniamo indietro? Vi avverto che ci vorrà un’ora per tornare all’autogrill perché la prossima uscita è distante e la strada non è agevole”.

Noi passeggeri siamo confusi, fortunatamente (per la ragazza all’autogrill) nessuno ha coincidenze da prendere al volo, il ritardo può essere tollerato e così si acconsente al recupero di Alice nel paese delle meraviglie.

Durante il viaggio di salvataggio un signore comincia a fare delle considerazioni (con molta calma e pazienza) sul fatto che questo non è l’autobus della gita scolastica ma un mezzo pubblico al pari di un treno (dove nessuno si incarica di contare i passeggeri e assicurarsi che siano tutti a bordo). E se scendi a una stazione, ti perdi in chiacchiere e il treno riparte sono cavoli tuoi, non certo torna indietro a prenderti.

Arriviamo all’autogrill, la ragazza sale sull’autobus, dice che le dispiace. L’autista le biascica dietro un “Va bene, va bene, pensiamo alla salute”, poi riceve una telefonata da parte della mamma della ragazza che lo ringrazia accoratamente. “Signora, non mi deve ringraziare. Deve ringraziare il fatto che i signori viaggiatori hanno acconsentito a tornare indietro! Noi siamo responsabili di tutti, non solo di sua figlia, e se solo uno di loro mi avesse detto che aveva un aereo da prendere non avremmo potuto invertire la rotta e sua figlia sarebbe rimasta lì ad attendere per quattro ore l’arrivo della corsa successiva”.

Terminata la conversazione con la madre, l’autista si rivolge alla ragazza: “Su, vai a sederti al tuo posto… A proposito… Ma dove sei seduta?”. La ragazza indica il posto. “Ah… ma sei da sola o c’è qualcuno accanto a te?”. “C’è quella ragazza!”. Ci giriamo tutti per vedere in faccia chi, per distrazione e/o per egoismo, non ha pensato di avvertire gli autisti che la persona che era seduta accanto a lei non era presente al momento di ripartire dall’autogrill. Ci saremmo evitati il ritardo e lei una pessima figura.

MORALI DELLA FAVOLA:

1) Anche se i nostri compagni di viaggio non ci piacciono sono sempre persone. E noi siamo persone. E basta un po’ d’attenzione. E se magari siamo tentati di liberarci al più presto di loro, evitiamo di lasciarli all’autogrill perché poi, oltre alla salute psichica, perdiamo anche tempo. Tanto prima o poi il viaggio finisce! E ognuno per la sua strada.

2) Ci vuole fortuna a trovare il compagno di viaggio, nel viaggio breve e nel viaggio di una vita (oppure rischi che ti lascino a piedi!!!). Il viaggio è una metafora della vita. Per questo VIAGGIANDO SI IMPARA!

Per caso, dopo aver scritto il post (infatti questa è una modifica “a posteriori”) sono andata a leggere – per gioco – il mio oroscopo… insomma… c’ho ragione, ci ho!!!  Ecco cosa dice:

Un poeta mio amico aveva un piano per scrivere un libro in tempi record. Ha comprato un biglietto di andata e ritorno sul pullman che va da Oakland, in California, a New York. Era convinto che viaggiare per nove giorni percorrendo diecimila chilometri, mangiare panini comprati nei distributori automatici e dormire seduto in mezzo agli estranei l’avrebbe aiutato a scrivere un poema epico. L’esperimento ha funzionato: il suo libro è spiritoso e sconvolgente. Ti consiglio di svolgere un compito simile, Sagittario. Sfrutta la magia di una scadenza precisa per creare qualcosa di bello e durevole.

Relitto

“Ma che ti è successo? Perché corri? Dove vai?”.
Fuggiva, scappava. Aveva negli occhi il riflesso di chi è smarrito, in gola un dolore sordo e il respiro strideva.
Correva. E non vedeva l’ora che la sirena della paura fosse finalmente spenta. Che la notte tornasse ad essere silenziosa come altre notti.Il Faro. Il faro era crollato! Sgretolato. Poche macerie restavano sullo scoglio. Il mare se l’era inghiottito, aveva preso il faro. E lui, lui aveva perso il faro.

La bussola. La bussola non indicava più il Nord, non riconosceva più il campo magnetico, non sapeva più la direzione. Guasta, aveva perso la sua verità. Smarrita. Smarrito.

Lui correva, allora. Rincorreva il senso dell’orientamento. Correva a perdifiato, macinava chilometri per distruggersi i piedi e logorare le caviglie. Perché il dolore fisico lo distraesse dalla paura. Perché la stanchezza lo stordisse. Preferiva morire di stanchezza che di paura. Preferiva sentire il cuore cedere ai battiti accelerati per la corsa piuttosto che per l’ansia di sentirsi smarrito.

Tempo fa mi ero raccomandata che imparasse a navigare a vista. Gli avevo detto di non farsi abbagliare dalle luci, di apprezzare anche il buio, di non credere ai miraggi, di non fidarsi nemmeno delle leggi della fisica e del campo magnetico terrestre. Gli avevo detto di dubitare di tutto, tranne che di se stesso. Di procedere secondo il dubbio. Ma gli avevo anche detto di ridere. Di cantare. Di ballare. Piuttosto che scappare!

“Dove vai? Aspetta! Aspetta… Calmati”.
Solo quando la mia mano riuscì ad afferrargli il braccio ho avvertito il peso, l’oppressione di quella paura. Così nera, così vischiosa. E velenosa.
“Aspetta. Fermati. Riprendi fiato”. Aveva i polmoni affamati d’aria.
“Riposati un momento. Non sta suonando nessuna sirena. Non c’è alcun segnale d’allarme. Dammi la mano. Le mani! Dammi le mani!
Ti porto in riva al mare, camminiamo piano a piedi scalzi. Devi sentire l’acqua. Va. E viene.
Ti porto al mare.
Lascia perdere il faro. Ormai è crollato. Ora guarda il mare. Il mare non ha paura ed è ancora qui ad accarezzare questo lembo di terra. Lascia perdere il vecchio faro. Domani ne costruirai un altro. E poi un altro. E un altro ancora, di costa in costa, di scogliera in scogliera. Un mattone alla volta, un giorno alla volta, un respiro alla volta, una certezza alla volta, di dubbio in dubbio. Ti aiuto io, se vuoi. Domani.
Ma ora … Ora ti lascio solo sulla riva. Prenditi lo spazio, tutto lo spazio che ti serve, tutta la sabbia che ti serve. Tutta l’acqua, tutto il sole che ti manca!
Passerò più tardi a vedere come stai. Passerò a vedere se il mare ti avrà restituito il relitto e quel che resta della tua serenità dopo il naufragio”.

Ma io…

“Ma io non mi son chiesta mai perché e nemmeno mai l’ho chiesto a Dio. Che colpa ne ha se le mie cellule sono impazzite d’improvviso e lentamente divorano un corpo, il mio, beh, non ancora stanco di esistere?

Ma io non piango, né mi dispero. Io vi aiuto, dottori, e vi rispetto per le cure, per lo studio, per la pazienza che mi dedicate. Forse ora non sarei qui senza di voi. Vedo i vostri volti farsi scuri nel propormi l’asprezza della terapia, l’ultima speranza. Ma io non mi dispero, né piango. Di cosa dovrei piangere? Ah, la mia vita è stata bella, a volte difficile, e intensa. Bocconi amari ne ho mangiati, ma poi sono arrivate sempre in premio dolcissime caramelle. Ho amato e amato molto. Ne ho amati tanti, ma uno solo è stato il grande amore. Ed è stato così grande che mi ha riempito tutta l’esistenza. In due la mia vita ha cominciato a non esser più solo mia e non sapete quale gran peso mi son tolta di avere una vita intera, tutta, solo per me. In due non avevo più una sola vita, ho cominciato con l’averne due e poi ne son venute altre e altre e altre e le ho vissute tutte!

Ah, dottori miei, domani andrò al mare e poi verrò in ospedale… ma non voglio trovare musi lunghi… no… non voglio sentire <purtroppo> o <mi dispiace>, perché a me la malattia non ha tolto niente. Mi toglierà alcuni anni, forse non vedrò i miei nipoti laurearsi o sposarsi, ma io ho già vissuto le loro giovani vite e so che continueranno ad essere meravigliose.
Ma io penso, ed è un umile pensiero, che la qualità della vita non si misuri in anni, che la bellezza di una vita si misura in campi seminati e qualità di raccolto. E quanti filari di vite ci sono nei miei anni… e se l’uva è matura, è pur sempre una festa vendemmiare.”

Roma, luglio 2008

Parole (parzialmente adattate) di una paziente, un cuore di donna, una splendida nonna, un’arguta laureata in filosofia, classe 1936.

concavità

Vorrei donarti ogni notte

uno spicchio di luna

un’amaca lucente

e cullarti

versare

nelle concave mani

lacrime distillate dal pianto

per inzupparci le stelle.

Osolemia, 19 agosto 2001

Pioggia (3)

Il suo profumo l’annuncia, la precede.

Piove… e le gocce scivolano fresche

e sensuali trame disegnano sulle finestre.

Pioggia.

Lei può: s’insinua e bacia senza chiedere permesso.

Il Posto degli Affetti

Il posto degli affetti è nella propria mano. Proprio al centro, crocevia di ogni linea. Un uomo senza un centro, senza un crocevia è un uomo senza direzioni.

Il posto degli affetti è nei propri occhi. Proprio al centro, dove la capacità discriminativa e percettiva (della realtà e di ciò che ha intorno) è massima. Un uomo senza un centro è come un occhio che vede o vede in maniera confusa, non mette a fuoco e non può apprezzare i colori.

Nel grigiore della sua realtà gli resta la nebbia della cataratta che gli appanna la vista e una corsa cieca e affannata in una direzione a caso.

L’uomo non è semplicemente un animale sociale. L’uomo è un animale “familiare”.

“La famiglia nell’Aranceto” di Salvo Caramagno

Questo post è dedicato a tutti quelli che disprezzano la famiglia o non ne hanno la dovuta cura.

Arancia al tramonto

Sbuccia ogni sera

fresca

la sua arancia

questa lama orizzontale del crepuscolo.


il tempo passato

Questa mattina ci si interrogava sul senso del passato.

Quello che si colloca prima di noi nel tempo lo pone forse in condizione di “cosa superata”?

Ma l’essere AVANTI solo temporalmente non coincide sempre con l’essere avanti e in progresso nella civiltà, nell’apertura alla diversità (come occasione di confronto – scambio – integrazione – sviluppo di nuove idee), nelle scelte, nei comportamenti, nell’etica.

Forse perché il nostro tempo personale ha un biglietto di sola andata e per poche fermate su un treno che però viaggia su un lungo, lungo binario, lungo ma circolare… e generazioni diverse, anche a distanza di secoli, poi si ritrovano stranamente nelle stesse stazioni… magari non si rendono conto che sono proprio quelle stazioni, quelle nelle fotografie o nei disegni dei loro avi, ma solo perché nel frattempo è stato fatto qualche lavoro di manutenzione, di ristrutturazione della facciata.


 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Visit LucaniaLab

Blog Stats

  • 26,859 hits