Archivio per febbraio 2008

L’acqua nel pozzo

Ho sognato di scendere in un pozzo per scoprire se dentro ci fosse ancora dell’acqua. Acqua per nuotare. Acqua per bere. Acqua per lavare. Lavare le paure e le angosce, lavare gli incubi del quotidiano. Avevo un paio di pantaloni chiari e nuovi, quelli nuovi dei giorni di festa. Ma se avessi trovato l’acqua, lì in fondo al pozzo, non avrei dovuto più preoccuparmi di fare attenzione a non sporcarli, li avrei potuto lavare lì, spazzolarli, togliere il fango dai bordi, prima di tornare a casa. Prima di tornare a casa potevo giocare e nuotare. Ho sognato di nuotare con i pensieri in una realtà diversa, forse nel mondo ideale, l’ideale mondo dei bambini, quello sacro dove i grandi non devono entrare. Perché i grandi non sanno giocare, perché a volte i grandi non fanno giocare.

Ho sognato di essere felice, la felicità era l’acqua in fondo al pozzo. Un tuffo sarebbe bastato per rifugiarmi là, cioè in un posto vicino, alla mia portata, eppure sufficientemente lontano. Lontano da un mondo che non avevo scelto, da un mondo che forse non capiva i miei pensieri. In fondo al pozzo cercavo l’acqua, l’acqua che mi avrebbe restituito i pensieri puliti. Puliti, limpidi e leggeri, quelli che sanno salire in alto e poi scivolare giù dagli arcobaleni per raggiungere la fortuna o il tesoro che si trova alla fine di essi. Sognavo di giocare, sognavo di nascondermi per avere uno spazio mio, uno spazio segreto tutto mio. Un rifugio mio. Di me, ancora bambino.

Ma poi il sogno si è tinto dei colori scuri dell’incubo. Il buio del pozzo mi ha messo paura e non mi è sembrato meno buio della realtà. Il buio del pozzo mi ha inghiottito e non mi ha più sputato fuori. E allora l’incubo è diventato reale. E la realtà è più cupa e violenta dell’immaginazione. La fantasia ha un limite che ci protegge dall’orrore a cui, invece, spesso arriva la fatalità. Il fato e il destino tracciano percorsi, per qualcuno il percorso è tortuoso ancor prima di nascere, per altri non sarà tortuoso mai. Il mio era tortuoso. E lungo il mio percorso ho sognato l’acqua, il pozzo, gli arcobaleni, la felicità, il gioco, le coccole,la fortuna, il tesoro. Ma una volta nel pozzo le possibilità di sognare sono finite nel collo di un imbuto che si è fatto sempre più stretto. Sempre più stretto.

Ora i grandi vengono al pozzo. Cercano di riempirlo con l’acqua salata delle loro lacrime, per farmi nuotare, per farmi di nuovo giocare. Ma il mio corpo ormai non è che un corpo. I sogni come gli incubi ormai si sono spenti. Ormai si è spenta la possibilità di cercare l’acqua nel pozzo. E poi io non cercavo acqua salata. Io cercavo acqua dolce, quella dei pozzi. Quella che sa di felicità e non di scuse. Ora i grandi portano i fiori, ma i colori che sognavo erano quelli dell’arcobaleno, non quelli dei fiori. L’arcobaleno da cui scivolare in un posto migliore, almeno un posto migliore, se mondo migliore non c’è. Ora i grandi chiedono scusa. Ma il mio corpo ormai non è che un corpo, è solo corpo e non può più perdonare.

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cronache da un ambulatorio – idioti allo sbaraglio

“Senti, chiama il Maresciallo. È nella sala d’attesa, fallo accomodare qui, sentigli il cuore e misuragli la pressione mentre io vado un attimo dalla segretaria” mi dice la dottoressa. Ed io eseguo.

 

Vado nella sala d’aspetto e “Prego Maresciallo, venga pure di là”.

“Maresciallo?!? Ma quale Maresciallo!!!”, dice come Caronte con gli occhi di bragia (era Caronte? … e pensare che ho pure visto Benigni che leggeva la Divina Commedia in tv … certo l’ho studiata pure al liceo, ma il ricordo si è fatto vago, nebuloso 😉 ), “io sono Colonnello!” e ci manca quasi che spalanca le fauci e mi inghiotte. Invece poi mi fa un sorriso, mi dà un buffetto sulla guancia (che poi vorrei capire chi mai gli ha concesso tutta questa confidenza) e “No, bella gioia – si riferisce a me, mah… – non ti preoccupare, anche se hai sbagliato non fa niente”.

“Prego venga di qua, tra un po’ arriva la dottoressa, intanto io le misuro la pressione”.

“Sei troppo giovane per misurarmi la pressione”.

“Alzi la manica della camicia, cortesemente”.

Sì, io gli dico di alzare la manica della camicia e quello comincia a spogliarsi e togliendo la pistola dalla fodera me la passa sotto il naso. “Mi tolgo tutto?”

“No no no nooooo! (per poco non mi viene un ictus, un colpo apoplettico … ormai ho l’occhio clinico per tipi sul maniaco andante …) Basta la camicia!”.

“Mi stendo o mi siedo?”,

“Si sieda, si sieda”.

Cerco di sentirgli il cuore ma si mette a parlare e a farmi domande, tipo quanti anni hai, che fai nella vita e che vuoi fare da grande (… ma se sono lì con un fonendoscopio … che voglio fare? Il pilota di formula 1?) ed io cerco di fargli segno di tacere altrimenti non sento niente.

Poi gli metto il bracciale, misuro finalmente la pressione e mi chiede: “Com’è?”,

“Alta, molto alta (gli rispondo preoccupata)”,

e lui “Ma quando ho davanti una bella ragazza mica si alza solo quella?” e mi guarda con una faccia da cammellide bavoso.

 

Possibili mie reazioni: gli ficco il fonendoscopio in un occhio; glielo suono in testa con un colpo secco e deciso; gli stringo il bracciale dello sfigmomanometro tanto da mandargli in ischemia il braccio così se non altro gli passa la voglia di allungare la mani!

 

 

Ma io non lo so…

‘Sti soggetti … capitano tutti a me.

 

Che s’ha da fa’

pe’ campa’.

 

il cinismo del cristallo

Passeggiavo, ieri. Pochi euro in tasca (esattamente 1 euro e 85 centesimi, il minimo per prendere un caffè o un cappuccino), non mi restava che guardare le vetrine. Nessun desiderio di fare acquisti, guardavo le vetrine senza alcun interesse … chissà cosa guardavo in realtà (i manichini? NO, quelli no, quelli li guardava un mio vecchio amico. Proprio si incantava a guardare i manichini “femminili” trovandoli molto sexy. Ora non siamo più amici).

Ad un certo punto mi son fermata davanti ad uno di quei negozi dove si va col futuro sposo a fare la lista di nozze, quei negozi dove trovi pure i sottobicchieri in finissima porcellana e i segnaposto in argento con diamante “punto luce” … cose che uso sempre quando apparecchio la tavola. Sempre! Soprattutto quei sottobicchieri là, sei sottobicchieri a 200 euro (mah, credo che se mi trovassi là e il mio fidanzato mi proponesse di metterli nella lista di nozze lo lascerei all’istante. Ma in realtà l’ho già lasciato, perché ho anticipato i tempi lasciandolo quando si incantava a sbavare davanti ai manichini. E lui era uno di quelli che forse avrebbe trovato sexy anche quei sottobicchieri).

Però la mia attenzione è stata rapita da dei bicchieri di cristallo. Belli, mi ricordavano quelli della mamma, conservati con cura in una vetrinetta in soggiorno. Belli. Da piccola avrei sempre voluto bere in quei bicchieri, ogni occasione per me era quella buona per tirarli fuori da quella vetrinetta. In fondo, pensavo, la destinazione d’uso di un bicchiere è quella di contenere una bevanda, di permettere alle persone di bere e non di stare chiusi in una vetrinetta. Ma pensavo male, perché la volta che mamma mi permise di utilizzarli fu, in pratica, l’unica volta! Sì, perché neanche il tempo di versarci dentro un po’ d’acqua che … crash!!! … uno dei bicchieri di quella collezione mi scivolò di mano. Forse allora compresi … o forse lo comprendo oggi ripensandoci … che se è vero che gli oggetti hanno una loro destinazione d’uso, è anche vero che ci sono cose che richiedono maggior cura e attenzione nell’utilizzarli. Una bimbetta di 5 anni deve maneggiare il bicchiere di plastica e non giocherellare con il calice di cristallo. Tra l’altro i calici di cristallo, così algidi nella loro elegante fierezza, più di altri bicchieri, in virtù della loro delicatezza, pretendono di essere maneggiati con dolcezza e fermezza insieme (voglio dire, se ti trema la mano meglio la plastica, no?) e se li rompi sono guai! Non solo perché rovini la collezione, piuttosto perché i calici di cristallo sono particolarmente vendicativi. Già … cadono, si sbriciolano sotto i tuoi occhi e appena cerchi di raccoglierne i cocci … ti feriscono. Un bel taglio. Netto e deciso. Una risposta cinica al maltrattamento subìto. Succede così anche con le persone. Ci sono persone belle come quei bicchieri di cristallo ed ugualmente fragili. E vanno “maneggiate” con la stessa autentica cura … in caso contrario reagiranno con lo stesso tagliente cinismo.

La cicatrice che resta sia di monito a chi ne ha fatto un “uso” improprio.

capire tu non puoi … tu chiamale, se vuoi, ELEZIONI….

C’era un Paese che si chiamava Civile. In questo Paese tutti avevano diritto di pensare liberamente, ma non di parlare… perché, si sa, la lingua ferisce più di una spada e nel Paese Civile la violenza era bandita. Nel Paese Civile c’era sempre spazio per tutti e c’era tanta democrazia, così tanta, ma così tanta che si cercava di dare a tutti, ma proprio a TUTTI (anche a cani e porci … gli animali in questo paese erano tutelati, un bene dello Stato e addirittura si facevano le leggi AD “ANIMALEM” pur di evitare di metterli in gabbia!) l’opportunità di governare e di dare il proprio contributo allo sviluppo della più alta civiltà! Così ogni tanto … o forse “ogni spesso” si indicevano nuove elezioni. Certo, non tutti si sentivano all’altezza, non tutti si candidavano, anzi, per comodità si candidavano sempre gli stessi. Sì, ma solo per comodità. Di chi, chi lo sa!

Manifesti, che manifesti! In giro, dappertutto, c’erano questi manifesti con simboli e facce e si faceva fatica a distinguere i simboli dalle facce, perché certe facce erano proprio strane, direi … plastificate, innaturali. Altre brutte, sproporzionate. Altre cicciotte e tonde. Cicciotte e tonde come i simboli. Ma nessuna faccia era rassicurante. Alcuni simboli invece erano rassicuranti. Quelli sì! Però così si faceva confusione tra facce e simboli. E poi, i simboli… erano solo simboli…

C’era un Paese che si chiamava Civile, dove si inventavano simboli sempre più rassicuranti. Sempre simboli nuovi, nuove immagini e nuovi colori. Simboli nuovi che simboleggiavano il nuovo e una nuova sicurezza che prima o poi sarebbe arrivata. C’era un Paese che si chiamava Civile e c’era sempre voglia di novità e progresso e si progrediva così velocemente, ma così velocemente che non si faceva mai in tempo a finire una legislatura perché c’era troppa voglia di cambiare, troppa voglia di nuovo e di progresso! E quindi si ripartiva per una nuova campagna elettorale. E con nuovi simboli! Invece, per comodità le facce erano sempre le stesse. Ma, beninteso, solo per comodità! Di chi, chi lo sa!

C’era un Paese che si chiamava Civile, ma ad un certo momento andava così veloce che valicò il confine civiltà/inciviltà e si trovò travolto dalla monnezza! Che monnezza! Quintali e quintali di immondizia! Tutti quei manifesti elettorali! Tutti diventati presto spazzatura e nessuno si era reso conto che era carta che poteva essere riciclata! Sì, quei manifesti, con quei simboli potevano essere riciclati! Materiale da riutilizzare! E invece, poiché l’immondizia era veramente troppa e pochi gli stabilimenti per il riciclaggio, bisognava operare una scelta e alla fine si decise di riciclare solo le facce! Mentre i simboli, ahimé, bisognava farne di nuovi! Più ecologici e più rassicuranti. Solo che alla fine la gente non capiva più niente e nessuno andava più a votare perché mentre si allestivano i seggi, la gente si preoccupava piuttosto di andarsi a procurare la pagnotta e di portarla a casa per le loro famiglie, e altra gente invece si impegnava a spalare la spazzatura.

Allora per comodità, solo per comodità (di chi, non si sa), si decise di fare un governo di alleanze e grandi intese. Per comodità, solo per comodità. E ovviamente solo fino alle prossime elezioni.

e vai col “Liscio”

Finalmente al termine la sessione degli esami. Non resta altro che fare la valigia in tutta fretta e prendere al volo il primo bus e  andar col “Liscio” che in quattro ore e 1/2 (sarebbero cinque… ma una volta varcato il confine tra Campania e Lucania, l’autobus… beh… mette le ali alle route, come quelle auto super-accessoriate degli agenti segreti… dicevo, mette le ali e vola sui ponti alti e vertiginosi che si affacciano sul nulla e sulla rocciosa profondità delle piccole valli lucane… dicevo, mette le ali e recupera almeno un bel quarto d’ora/20 minuti) mi porta a piazza Zara, amena, amenissima piazza in quel d’ Puténza.

Valigia preparata in 5 minuti, con l’aiuto della mia coinquilina che mi faceva l’elenco delle cose da non dimenticare, poi trenino Monte Mario-Ostiense (circa 20-25 minuti), poi metro Piramide-Tiburtina. Salgo sull’autobus, prendo posto accanto a una divoratrice di panino con mortazza (che esalava un odore … gnam gnam…) e poi prendo il cellulare dalla borsa per avvisare la family del mio rientro. Accendo il cellulare… ecco, sì, accendo il cellulare … bene, riprovo… accendo il cellulare e chiamo … sì, un attimo, ora lo accendo e ch… e che cavolo, non si accende! Batteria scarica! Completamente!

Bene, mi dico, devo stare calma e pensare a cosa fare. E mentre divento paonazza in versione “il panico ha il sopravvento” comincio a fare delle ipotesi:

1) all’autogrill compro una tessera telefonica e uso una cabina (sembra passato un secolo da quando usavo il telefono pubblico … e invece sono passati solo pochi anni … chissà se mi ricordo come si fa 😉 );

2) e se la cabina telefonica non c’è?

3) sì, ma … cavolo, ho solo 25 euro nel portafogli … il biglietto del bus costa 23 … e purtroppo la matematica non è un’opinione: con due euro non compro un bel niente … porca miseria, è proprio il caso di dirlo;

4) chiedo a un viaggiatore di farmi usare il suo cellulare?

5) oppure gli chiedo di farmi mettere la mia sim nel suo cellulare?

6) ma con che faccia avanzo questa proposta? prima mi deve andare via la maschera paonazza in versione “I’ve got a devil in me”!

7) sì… ma a chi lo chiedo? alla divoratrice di mortazza? o al bel giovanotto seduto al sedile davanti al mio? 😉 (ogni scusa è buona…).

Attendo di riconquistare il mio solito pallore e cerco di indossare la maschera della migliore e sorridente faccia tosta per chiedere alla divoratrice di mortazza di concedermi l’uso del suo cellulare. Conto fino a tre e glielo chiedo. Coraggio. 1… 2… e

3  “Signora, mi scusi, le devo chiedere una cortesia… ecco, sono imbarazzata, ma non so come fare… devo avvisare la famiglia della mia partenza, ma ho la batteria completamente scarica, il telefonino proprio non si accende… ecco, se potessi mettere la sim nel suo cellulare, mi scusi…”

Quella mi guarda con l’aria “ci mancava solo questa oggi” e poi, riponendo la mortazza per lasciar posto a un più salutare mandarino, mi dice: sì, ecco, va bene, ma c’è un problema… vedi, il mio cellulare… beh…

Povera signora, l’ho messa in difficoltà perché aveva il cellulare attaccato a destra, a sinistra, al centro e ai poli con del nastro adesivo e quindi non poteva aprirlo per metterci dentro la mia sim. Certo che, pure io … su un autobus con almeno altre 60 persone becco proprio quella che ha il cellulare scotchiato!!! Però la signora mi dice:”Non ti preoccupare, chiama con la mia sim, se chiami su un wind o su un fisso ho i minuti gratis”. Sì, wind, mia cara wind … il vento che simboleggia lo spirito santo mi ha fatto la grazia di trovare una gentildonna che mi ha generosamente regalato alcuni preziosi minuti di conversazione. Così ho avvisato la mammina … che mentre viaggiavo mi ha preparato le melanzane ripiene e una crostata!!!

L’idraulico e la principessa – la vecchia serie ;-)

qualcuno mi ha chiesto: ma dove sono le prime parti de “L’idraulico e …”?

qui: http://osolemia.splinder.com

L’idraulico e la principessa – parte sesta

Ho cambiato appartamento circa un anno e mezzo fa ed i problemi idrici han deciso di traslocare con me… quindi caldaia che non funziona (o meglio IPER-FUNZIONA perché trasforma l’acqua in vapore e il calcare vi ha preso dimora stabile), guarnizioni che perdono e tubi otturati.

Sentendo questa tragica storia di vicissitudini e consuetudini idrauliche, il sig. Maurizio ha ben pensato di uscire fuori dal mio raggio d’azione. Pensavo fosse amore… ma , si sa, in amor vince chi fugge! E infatti il sig. Maurizio è proprio espatriato (temporaneamente, s’intende) e mi ha abbandonato con tutti i miei problemi preferendo il Canada all’Italia. Che tristezza … anzi, “quanta sofferenza” (come direbbe la mia amica “d’adozione senese”). Sì, Maurizio è partito per il Canada, proprio dove c’è la casetta piccolina con tanti fiori di lillà … e con tutte le ragazze che passano di là … mi sa che a Maurizio non lo vedo più!

La tristezza è così profonda che non ho avuto la forza di cercare un altro idraulico, e nient’altro son stata capace di fare che acquistare un idraulico-gel, tale Mr Muscolo. Sì, beh, ‘sto Mr Muscolo ha sortito l’effetto (e questo è quel che conta) ma è apatico, non parla, sta là a lavorare sotto forma di gel, non sbaglia citofono, non fa cascare le bacinelle piene d’acqua, non si spaventa per il vicino che urla o il cane che abbaia. Tutto questo mi manca. Ah, come soffro!

Maurizio, ti aspetto! la tua Penelope


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