Archivio per aprile 2008

No social

Non so se è una cosa che capita solo a me, ma la qualità della voce di chi mi parla è fondamentale perché io riesca ad ascoltarlo. Certo, la cosa più importante è il contenuto, gli argomenti di conversazione, le motivazioni, bla bla bla. Però la voce conta! Stamattina ero seduta molto scomodamente in un banco, tentavo di studiare con mente lucida, calma e placida, quando si è avvicinato un collegucolo in tutto uguale a Milhaus (tranne che per i capelli blu…) ma con la voce di Lisa Simpson versione trans. Ha cominciato a chiedermi delle informazioni sui corsi, sulle esercitazioni, ma credo di essere rimasta sospesa nei miei pensieri a lungo. Vedevo la sua bocca muoversi e cercare di articolare il linguaggio, ma non sentivo le parole, perché ero troppo concentrata sull’assurdità della sua voce. Ma che conformazione di laringe e di epiglottide avrà uno per produrre una voce così? E se fosse il mio orecchio a percepire male? Lui parlava ed io mi ponevo questi grandi interrogativi, finché un evento alla periferia del mio campo visivo non mi ha riportato alla realtà. “Allora, tu ne sai niente?” questa è l’unica frase di Milhaus che ho captato. Avrei potuto rispondergli: “Scusa, ero distratta, dicevi?” oppure :”Non ho capito, dicevi?” ma questo significava riascoltare la voce in versione trans di Lisa Simpson col rischio di non riuscire comunque a seguire il filo del discorso! Quindi è andata così:

“Allora, tu ne sai niente?”.

“No”.

I’m a very unsocial person.

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A ritroso

Restano i cocci sul pavimento, a calpestarli ci si fa male.

Delicata, come di vetro, è caduta. Non era protetta.

L’hai lasciata in bilico, sul ciglio di una cosa sospesa, forse anche sentita, ma campata per aria.

L’hai lasciata lì. Non l’hai maturata, curata. Ma ogni cosa dotata di energia sa trasformarsi intorno a te anche se tu resti immobile.

La sua scelta era preziosa e importante.

Lei aveva scelto.

Le avevi chiesto di sceglierti.

In una giornata di pioggia, si era aperto per un attimo il cielo.

Si era aperto il sorriso.

Cose sciocche

Ci sono cose sciocche che uno fa con leggerezza, senza valutare le conseguenze e i rischi che corre … e poi si pente quando è troppo tardi.

La cosa sciocca che ho fatto io una o due sere fa è stata di caricare come sfondo del desktop la raffinata foto di un prelibato tiramisù, così, ogni volta che alzo gli occhi verso il monitor, mi viene l’acquolina in bocca, sono costretta a trovare un modo per soddisfare il palato e alla prova costume non ci penso più.

Poi arriverà luglio col bene che ti voglio e mi pentirò di non aver prontamente rimosso questo sfondo. Me ne pentirò a luglio e sarà troppo tardi  ahiahiahiahi!

L’aria di Capri

In realtà il titolo di questo post potrebbe essere : LA FICTION “CAPRI” MI SNERVA. Sì, è così! Una questione di nervi innervositi dall’invidia! Spiego: qualche sera fa, accendendo la tv, mi è capitata sotto gli occhi una puntata della sovracitata serie dopo una giornata (l’ennesima e lunghissima) passata tra ambulatorio, lezioni e libri ed è stata una scelta deleteria! Non solo non son riuscita a seguire nemmeno un dialogo (sì, lo so che non mi son persa niente) e quindi non ho capito un cavolo di tutta la puntata (c’è da dire che dopo una giornata fuori di casa, a correre a destra e a manca, dopo le 21.30/22 vado in catalessi… e al massimo posso fare uno sforzo di concentrazione e osservazione sugli attori MASCHI … altro motivo pe’ rosica’… ma questa è un’altra storia), ma mi è venuta la gastrite da invidia (nuova entità nosologica inventata al momento per quelli come me che … sì, stavo proprio a rosica’… malattia simile al mal di mare, ma ti viene quando il mare – mannaggia – non c’è)!

Mare … blu che più blu non si può, barche, feste, i FARAGLIONI… Capri… aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!! Che voglia di uscire dalla catalessi, fare un bagaglio al volo e partire subito!

I profumi di Capri … l’aria di Capri! …L’aria di Capri è rigenerante, forse basta l’idea e la consapevolezza di essere a Capri per sentirsi nella pace dei sensi. In un posto così hai la sicurezza che non può accaderti niente di male e se pure dovesse andar storto qualcosa, beh, ti consola il fatto di essere a Capri!

Ho il ricordo di una gita, un ricordo stupendo… mi ricordo il traghetto, i profumi, il piccolo bus per Anacapri, i souvenir, il giardino, i fiori, le risate … sì, che ridere! Quanto abbiamo riso! Riso di quelle cose sciocche, ridere come nei giochi dei bambini, ridere di leggerezza, di allegria pura … le mie amiche&me sul molo a salutare – fino a disarticolare la spalla (vabbé, ogni tanto mi piace esagerare… 😉 ) – un ragazzo con i capelli rossi che stava attendendo la partenza della sua nave. Non lo salutavamo perché ci aveva colpito il suo fascino, ma perché ci ricordava un amico che non era potuto partire e condividere con noi quella giornata così “astratta”, “surreale”. E così lo salutavamo, idealmente… era un saluto al nostro amico (ma il ragazzo con i capelli rossi non lo sapeva e il nostro comportamento l’aveva messo in tale imbarazzo che quel poverino cercava in tutti i modi di sottrarsi alla nostra concitata/eccitata attenzione, nascondendosi dietro ai pilastri del ponte della nave)!

Mi ricordo il vento, le foto… sì, non so dove abbia conservato le foto, però mi ricordo dove son state scattate. E poi la piazzetta, l’orologio … c’è l’orologio nella piazzetta, eppure su quell’isola il tempo è un concetto che non c’è (oppure c’è, ma non ha la connotazione negativa dei posti in cui si va di fretta, quindi, non costituendo un problema, il tempo è come se non ci fosse, non lo percepisci), invece lo spazio ti appartiene e, anzi, ti riempie! I profumi, l’aria così profumata…io me la ricordo, sì… in questo momento, mentre ci penso, la sento nelle mie narici. Dicono che la memoria olfattiva sia quella più sviluppata, quella che più di tutte è in grado di rievocare i ricordi, di ripescarli dall’archivio. Ed è così, anche ora, mentre penso a Capri e alla sua aria, rivedo il film della mia gita (e son passati tanti anni, non li conto per non sentirmi “vecchia”… 🙂 )

Non so quando andrà in onda la prossima puntata di Capri, ma non credo che ce la farò a vederla … perché poi l’unico traghetto che potrei prendere – una volta arginata e tamponata l’acidità da invidia – è quello della nostalgia e finirei col naufragare nella memoria.

Non so quando avrò il tempo di andare a Capri, anche solo per un giorno (sì, perché per troppi giorni poi il problema non è più di tempo ma … di tasca … non so se mi spiego), ma sicuramente tornerò … nel frattempo mi terrò alla larga da raiuno…

……………………………….

p.s.: tengo a precisare che nessuno mi ha pagato per fare la pubblicità all’isola e che questa non è pubblicità (“excusatio non petita, accusatio manifesta”? no, in questo caso no!)

Voci di vento

Ho scoperto di essere un’appassionata di voci di vento. Tra tante passioni forse ho scelto la più strana, anche se mi sto sempre più convincendo che è questa passione ad aver scelto me! Ho cambiato casa diverse volte, e , spesso, nella stessa casa ho cambiato stanza, una migrazione continua che mi ha portato a notare le differenze nelle diverse voci……..No, ok, non è che “SENTO LE VOCI” , sento il vento, è bene precisarlo subito! Dicevo, cambiando stanza di volta in volta, ho affinato l’orecchio e ormai riconosco i posti dalla voce di vento che sento alla finestra (forse cosa più folle del “sentire le voci”…). Anzi, togliamo queste parentesi e diciamo che è senz’altro cosa più folle che sentire le voci, perché questo vento è per me una compagnia, una presenza quasi. Un qualcosa che c’è e che parla. Dice la sua. La dice sempre a proposito. Ed io me l’aspetto! Cioé quando vado da qualche parte, in qualche posto che conosco, io mi aspetto una determinata voce di vento.

Ogni finestra ha il suo vento, ogni vento la sua voce… ed ogni voce pronuncia le parole con diverso accento.

Sono cambiate molte cose negli ultimi 2 anni ed è cambiata anche la casa, la stanza, la finestra e il relativo vento. Ma a questa voce di vento che sento alla mia nuova finestra non riesco ad abituarmi, non so interpretarla. Non è la frusta severa dell’inverno che più mi rende dolce il ristoro in casa; non è la culla alle cicale nelle più liete notti d’estate (voci che sento al paese natìo); nemmeno il muto materno soffiare su ferite aperte (voce che mi accompagna e consola nelle mie peregrinazioni solitarie reali e/o immaginarie per i vicoli che Roma mi nasconde). Non è il mio amico burbero e sincero col suo tono roco ma vero e rassicurante (voce che mi dice: studia, vai avanti, abbi fiducia,bla bla bla, ecc. ecc.); non è l’ambizioso sospingere i sogni in cielo (voce che sentivo quando studiavo anatomia con la scrivania attaccata alla mia vecchia finestra nella casa di via Perodi).

Ogni finestra ha il suo vento

ed ogni vento ha la sua voce

ed ogni voce pronuncia le parole

con diverso accento.

Ma questo accento, questo vento

non è familiare al mio cuore.

Per due anni ho cercato di capire questa voce, ma non ci son riuscita. Forse è sintomo della mia volontà di non legarmi a questo posto. Forse rifiuto questa voce perché non voglio ricordarla, non voglio mi appartenga come le altre. Forse non vedo l’ora di andarmene, di nuovo. Cambiare città, casa, stanza, finestra e vento. Magari il prossimo vento parlerà la lingua che conosco.

la felicità che c’è oggi mi basta

Perché sei felice?

Ho detto a un amico di essere felice e mi ha chiesto perché. La domanda mi ha sorpreso e non gli ho saputo rispondere. Nemmeno so definirla, la felicità! Oggi c’è, questo mi basta. Forse sono così intenta a godermela che non ho il tempo né la volontà di domandarmi perché c’è, cos’è, dov’è… C’è e non è legata a un evento in particolare, forse concorrono più fattori, non lo so… Se il mio amico non me l’avesse chiesto, nemmeno ci avrei pensato… ma poi … perché no?

“La felicità è una cosa troppo grande, nessuno riesce veramente a raggiungerla”.

Questo è quanto sostiene il mio amico, un autentico ottimista… Secondo me, invece, la verità è che pochi sanno riconoscerla perché è una cosa piccola, una cosa semplice. Non è la soddisfazione, non è l’amore, non è il potere, non è la vittoria … cose belle, ma presuppongono una lotta, una conquista e al tempo stesso subiscono il peso dell’ansia di perderle. La felicità no. Oggi c’è e questo mi basta. Davvero mi basta.

Chi si ferma è perduto + una simpatica storiella

Ho deciso di segnarmi questa frase (“Chi si ferma è perduto”) sul calendario alla giornata di oggi, mercoledì 9 aprile 2008, e di scolpirmela in testa perché questa mattina, per essermi fermata davanti alla vetrina della libreria, ho sprecato 10 preziosi minuti che avrei invece potuto dedicare al relax … e si è anche raffreddata la pizzetta che avevo preso per pranzo. Questo è successo perché quando frequenti un ospedale e indossi un camice non puoi assolutamente sognarti di fermarti 5 minuti nel corridoio per pensare ai cavoli tuoi e sognare di essere in costume ai Caraibi piuttosto che mascherata da apprendista medico/stregone; di sederti su una panca dopo una mattinata in piedi; di sbocconcellare il pasto davanti alla vetrina della libreria interna; di accostarti a una parete per mandare un esseemmeesse … Questi sono “lussi” che non ti puoi concedere! Perché? Perché?

Perché in ospedale non si ha mai tempo per sé, ma solo tempo per gli altri e bisogna sempre correre e concentrarsi per salvare vite umane. ATTENZIONE: Se siete convinti che la risposta giusta sia questa è solo perché avete visto troppe puntate di ER o di Dr. House …

La risposta è più semplice e banale, ma purtroppo reale. Quando sei in camice, la regola è CAMMINARE SEMPRE! SCEGLIERE UNA QUALSIASI DIREZIONE E CAMMINARE CON PASSO DECISO, perché appena ti fermi, l’esercito di pazienti e parenti che regolarmente transita nei corridoi, ti circonda, fa la fila davanti a te scambiando il candore del camice per l’insegna bianca e luminosa “Qui: Ufficio informazioni”…. E chi deve andare a pagare il ticket, chi al bar, chi al parcheggio, chi si è perso, chi non sa dove sono gli ascensori o l’uscita, chi non si ricorda da dove è entrato, chi deve fare un controllo ma non sa arrivare all’ambulatorio giusto, chi deve visitare un parente, chi deve andare in bagno e chi in chiesa e anche chi rompe les marrons glacés solo per la curiosità di sapere quanti piani ha l’ospedale! Ma che je frega? Ma la chicca della giornata è stata questa: mentre tentavo invano di salvare la pizzetta dall’inesorabile raffreddamento (n.b.: il cibo del bar dell’ospedale è notoriamente senza sapore e gommoso … il calore gli dà almeno una qualità, se si raffredda ti resta in mano una porcheria ben pagata)… dicevo? ah sì, mentre cercavo de magna’, all’ufficio informazioni da me rappresentato si avvicina un signore che mi chiede: “Senda, scusi, devo fare una visita, ma non mi ricordo … m’hanno detto primo piano, secondo piano, non lo so…”, “Che visita deve fare, per cosa?”, “Ecco, vede, m’hanno detto che c’ho le stigmate“. L’ho guardato perplessa perché non capivo se avevo davanti un novello Padre Pio/S. Francesco d’Assisi o piuttosto uno che, poverino, non sapeva chiamare la malattia (o il motivo della visita) col nome corretto. Così gli ho chiesto di nuovo: “Ma che visita deve fare? Mi scusi, ma non ho capito. Per la pelle? Per il cuore? Per il fegato? Mi dica un po’ altrimenti non la so aiutare!”. “Ma no! Che c’entra il fegato? (e io che ne so! … veramente, dovrei dire io che c’entrano le stigmate …) M’hanno detto che non vedo bene perché c’ho le stigmate agli occhi e mi devo fare gli occhiali nuovi”. “Aaaaaaaaaaah, ho capito, allora deve andare al primo piano, di là…”

Il signore non aveva le stigmate agli occhi, in realtà intendeva dire che aveva l’ASTIGMATISMO


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