Il momento per vendere

I momenti per comprare si stanno riducendo drasticamente all’osso. Un po’ perché il tempo è denaro, un po’ perché l’estate abbronza e il sol leone prosciuga le già scarse finanze, un po’ perché i proprietari di casa sono delle belve feroci, predatori di risorse e stipendi altrui, un po’ perché le bollette bollono nelle buste roventi di tasse. Così, per quanto mi riguarda, il momento di comprare non è certo questo.

Invece c’è qualcuno che pensa che sia sempre il momento per vendere.

“Perché non proviamo a disincrostare un po’ il lavello? Ma, sa, se vuole convincermi, dovrebbe mostrarmi come questo gioiellino di aspirapolvere riesce a pulire le mie tende, lucidare specchi, vetri e pavimenti con la forza del vapore, far brillare la mia casa in poco tempo, sgrassare, inamidare, lavare, levigare dal bagno alla cucina, dal corridoio al balcone, da una camera all’altra, tra un lampadario e un abat-jour!”

Questo è quello che avrei voluto dire al disturbatore del mio riposo mattutino, avrei voluto farlo sgobbare e sudare e spremere come un limone in dimostrazioni senza poi comprare alcunché, quando ha osato suonare al mio campanello nella vana speranza di vendermi un elettrodomestico… alle 7.40 di questa mattina!!! Alle 7.40 della mattina quando ho ancora la voce roca nel pigiama, il cervello in stand-by, la mano destra programmata solo ed esclusivamente per spegnere la sveglia, avvitare la caffettiera, prendere una tazzina e attendere un lento risveglio, possibile che ci sia qualcuno già pronto sull’uscio di casa a vendere la qualsiasi? Forse pensa che, ancora obnubilata dal sonno e dal torpore, gli firmi l’acquisto senza neanche sapere cosa compro e perché. Forse è una nuova strategia di vendita, di mercato, o forse è sempre la stessa: trovare il momento di prendere il consumatore in castagna tendendogli un agguato in un momento di vulnerabilità…

Mi spiace, cari venditori dell’alba e disturbatori delle mie ciabatte, per me non è il momento di acquistare. Non costringetemi a passare alle maniere forti, eh? Non costringetemi a staccare il campanello (anche perché lo dovrei staccare materialmente, visto che in casa non c’è un tasto per spegnerlo)!!! Non costringetemi al gesto estremo.

4 Responses to “Il momento per vendere”


  1. 1 pani 1 settembre2008 alle 2:58 pm

    certo che ce ne sono di personaggi strani sotto er cupolone. La prossima volta fatti dare il suo numero di telefono e indirizzo e poi rendigli pan per focaccia

  2. 2 ivano81 1 settembre2008 alle 5:41 pm

    Brava sorellina,digliene quattro,a ‘sti infami !!!😆

  3. 3 Alberto 1 settembre2008 alle 11:12 pm

    Ho paura che la nuova stirpe dei venditori si sia fatta viva a casa tua…
    Gente talmente disperata che inizia la sua disavventura da venditore porta a porta già dal primo mattino…
    Fortunatamente non ho ancora avuto il “piacere” di scontrarmi con loro, ma se dopo il turno della notte, alle 7 passate del mattino, quando il primo sonno REM si presenta ai miei occhi, loro osassero suonare il campanello…
    Secchi di acqua gelida li attendono!
    Scherzo, però veramente si stanno superando tutti i limiti!
    Buona settimana Osolemia!

  4. 4 donnaemadre 7 settembre2008 alle 8:25 am

    Non è un caso che io non apra più la porta: questo non è il paese, dove chi suona è la vicina che ti porta un piatto di polenta, o i confetti della comunione del figlio, oppure semplicemente vuole fare quattro chiacchiere, e magari si è portata due panni da rammendare per farlo in compagnia.

    Questa è la città: e non solo è la città alienata e alienante, ma è la città aggressiva, dove devi produrre, sgomitare, raggiungere gli “obiettivi” aziendali a costo di passare sul cadavere di tua madre, altrimenti sei una nullità, e ti ci fanno credere, e ti fanno dimenticare buon senso, buona educazione, solidarieta umana e non solo.

    Una volta venne a casa mia un rappresentante di una sedicente *nota* casa costruttrice di aspirapolveri (io non l’avevo mai sentita nominare) e il povero disgraziato, appena entrato, mi chiede di fare una telefonata: chiama quindi il suo datore di lavoro, e l’avvisa di essere arrivato. Mi mostra un aspirapolvere orripilante, in ferro pesantissimo, che mi pare costasse all’epoca intorno ai sei milioni (parliamo ancora di lire… ). Vi risparmio altri particolari, quando sta per uscire fa nuovamente una telefonata, in cui comunica sempre allo stesso datore di lavoro che non avevo acquistato, e quello urla, se lo mangia vivo, lo insulta: il venditore mortificato, sperando vanamente che io non abbia senito, si fa piccolo piccolo, balbetta giustificazioni, la dimostrazione è andata bene, “la signora ci deve pensare ma è interessata, ci farà sapere”, dall’altra parte una voce da psicopatico urla “Quando? Quando? Devi stringere! Fatti dire quando!”. Io gli rispondo “Mai, e principalmente perché il suo capo è un gran cafone”.

    Arrossisce, intanto gli squilla il cellulare.

    “Ma come?” chiedo io stupita “Ha il cellulare e mi ha chiesto di fare due telefonate?”.
    Si giustifica “Il cellulare non è aziendale, e loro vogliono essere chiamati due volte, una all’arrivo dal cliente per controllare l’ora, e una quando andiamo via per sapere subito l’esito: non guadagnamo niente, non abbiamo fisso, solo provvigioni sulle vendite, se ci mettiamo al chiamare dal nostro telefono non ci rientriamo più”.

    Beh, io penso che un’azienda così pezzente meriterebbe di mettersi col telo accanto ai “vu cumprà” a vendere le pezze da spolvero a un euro ciascuna, altro che “strabiliantiaspirapolveredigrandeenotacasaproduttrice” a seimilionidilirequindiciannifa.

    Insomma Osole, abbi un po’ di pietà per questi poveri disgraziati mandati allo sbaraglio a furia di frustate e calci in culo (chissà se solo psicologici… ): non aprire la porta, ma non giudicarli troppo male…

    *** la vita è dura… ***


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