Archivio per settembre 2009

Aperitivo con Bulgakov

Ormai è diventata un’abitudine, che finirà solo quando sarò arrivata all’ultima pagina. Ogni giorno un racconto di Bulgakov, autore scoperto grazie a un amico che non è più nella mia vita ma che, appunto, mi ha lasciato un altro amico, un collega. Cosa mi avresti detto, oggi, Bulgakov? Proprio oggi che ho firmato la mia candidatura a un incarico lavorativo dalle non poche responsabilità. Leggo gli appunti (Appunti di un giovane medico) che hai lasciato, scritti da un giovane che capiva bene come ci si sente in certe situazioni, quando si passa dal libro all’atto pratico avendo alle spalle ancora poca esperienza nonostante la grande volontà, quando si decide e si interviene, quando sai cosa va fatto ma devi imparare a farla facendola, quando bisogna difendersi prima ancora di aver dato una risposta, quando per dirla devi scegliere di indossare gli occhiali per avere un’aria più compassata e credibile e per evitare il verificarsi di:” TOC TOC. Avanti. Oh! Mi scusi! Cercavo il dottore! Beh, signora, l’ha trovato. Il medico è leeeeei?!?!?!?!?!? Crede che altrimenti sarei seduta in questo ambulatorio da questa parte della scrivania?”; quando, ancor prima di ottenere la fiducia degli altri, bisogna trovarla in se stessi.

Ah, Michail, anche stasera aperitivo insieme… leggendo te, forse mi par meno dura.

In Italia ci son cose peggiori dell’H1N1…

…e non se ne parla abbastanza. Il solito ritornello “tutti lo sanno, ma nessuno apre bocca”, favorendo un sistema che mortifica e deprime le risorse intellettuali . Almeno quelle costrette a restare.

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Un Paese che non cresce, non cambia, non matura, è morto nella culla.

L’incantatrice notturna

Era così che faceva, aveva una strategia che seguiva fedelmente ogni volta che fosse necessario. Pochi testimoni a quell’ora della sera, forse solo la panchina vicino all’ex-tabaccheria alla periferia del paese avrebbe potuto smascherarla e invece non l’ha mai tradita.

Noi eravamo amiche, non amiche per la pelle, avevamo delle cose in comune: la scuola e i ragazzi che ci piacevano e per questo eravamo sempre in competizione. Forse più che dall’amicizia, eravamo legate dalla necessità di controllarci a vicenda, di sapere cosa stesse facendo l’altra in modo da restare sempre al passo ed essere pronte ad intervenire qualora l’una cominciasse a prevalere sull’altra. Noi eravamo amiche nell’immaginario collettivo, in fondo stavamo sempre insieme, eppure non avevamo voglia di confidarci, di confrontarci, di parlare col cuore in mano come fa chi mette del sentimento e della sincerità in un rapporto. Uscivamo insieme, giocavamo insieme, ma era un modo per studiarci e poi intervenire a gamba tesa nella vita dell’altra, preparare uno sgambetto sapendo quale fosse il momento giusto per farlo. Noi eravamo amiche nell’immaginario di noi stesse bambine, o almeno di me bambina, perché quando ero piccola non rimuginavo, non pensavo, ero impegnata a crescere e a imparare cose che mi sarebbero servite una volta adulta, ma non avevo tempo per pensare a quello che mi accadeva, a quello che sceglievo. Ero davvero io a scegliere? O erano le circostanze? Quando ero piccola – a differenza di adesso – sapevo scegliere i biscotti per la colazione, avevo le idee chiare sugli aspetti più pratici della vita (ora invece il supermercato mi mette a disagio con quegli scaffali pieni di scelta… e come faccio a scegliere… come faccio a sapere se quel biscotto è più o meno buono, a parità di calorie, rispetto a quello dell’altra marca, che costa meno ma è anche meno conosciuto di quell’altro che però in questi giorni è in offerta speciale 3 x 2, ma se poi non mi piace, anziché sopportare questa scelta per due pacchi, dovrò sopportarla per 3, e così via), ma non mi curavo della scelta degli amici, frequentavo i miei coetanei come capitava, seguendo solo il consiglio di evitare la cattive compagnie, ovvero le ragazze troppo svestite e disinibite e i ragazzi che fumavano e che passavano tutto il giorno in sala giochi. Così, una ragazza della mia età, di buona famiglia, brava a scuola, intelligente, diventava mia amica per esclusione, non per scelta.

Non ero io la più simpatica. Ero socievole, ma forse un po’ saccente, sicuramente troppo ironica, ma a qualcuno piaceva questo, chi sapeva reggere lo scambio di battute era sicuro di divertirsi molto con me, ero abile con le chiacchiere quando mi  mettevo d’impegno e quando sentivo che chi avevo di fronte era pronto per capirmi, gli regalavo la me più bella e quasi si stupivano che quel ruvido, modesto cofanetto di legno potesse contenere una tal luce.

Lei era apparantemente più estroversa, decisamente più carina, più magra, dal punto di vista estetico non potevo reggere il confronto, sapeva muoversi meglio, aveva un eloquio più misurato e meno spontaneo del mio, ma sapeva fare domande e ottenere risposte, cosa che io non facevo mai. Nessuno si stupiva che in un delicato cofanetto d’avorio fossero contenute femminili vanità e fragile grazia.

I nostri approcci con il sesso opposto erano diversi. Non agli antipodi, ma comunque differenti per stile, tempi. Entrambe desiderose di raggiungere l’obiettivo, io giocavo a carte scoperte, non perché sicura di me, ma perché poco abile al bluff, perché dopo aver passato l’intera giornata a pensare e a ipotizzare un dialogo col ragazzo che “amavo” (parola grossa per quei tempi e forse anche per questi), dopo essere stata davanti allo specchio dei miei sogni a fantasticare e a immaginarmi con la maschera imbattibile della femme fatale, il castello in aria si sgretolava immediatamente dall’emozione di uno sguardo appena incrociato durante una passeggiata per il corso o da dietro la rete del campo di calcetto. E così ritornavo ad essere la timida me, eppure così schietta, così ingenua, impacciata, goffa, orrenda con quei capelli crespi e spettinati e un modo di vestire assolutamente da maschiaccio. Lei riusciva sempre a risultare più desiderabile di me, sapeva creare il feeling giusto, riusciva a mettere in scena i suoi alter ego migliori, a nascondere il peggio (cosa che invece io buttavo subito in faccia a tutti come a voler dire: ecco, questi sono i miei difetti, ora se vuoi parliamo dei pregi. Ma in molti si arredenvamo prima che potessi passare alla seconda fase), non so quanto lo facesse con coscienza, volontariamente, perché questa consapevolezza in me è arrivata anni e anni dopo, prima era tutto naturale, c’era chi era naturalmente ingenuo, chi naturalmente codardo, chi naturalmente calcolatore, chi naturalmente spontaneo. Lei era sempre allegra, non rispondeva mai sgarbatamente sebbene qualche volta fosse decisamente acida, soprattutto quando, dal piedistallo della superbia, si autoproclamava la migliore in tutto. Io ero lunatica e, se ero nervosa, i miei “cinque minuti” travolgevano senza giusta causa chiunque osasse attraversare il mio pensiero e solo chi aveva pazienza ritrovava il mio sole dopo le nuvole.

Ci piacevano gli stessi ragazzi. Al solito, io riuscivo sempre a diventare una buona amica, preparavo il terreno, curavo il mio orticello giorno dopo giorno, in sua presenza, ovviamente, battuta dopo battuta credevo di giocarmela con lei ad armi pari, negli stessi tempi, nell’orario convenuto, quello in cui ci davamo appuntamento per una passeggiata in paese. Ma lei aveva un asso nella manica che io non conoscevo, un trucchetto che le permetteva di avvantaggiarsi sempre, rispetto a me, nella cura dell’orticello e del broccolo di turno. Quando arrivava l’ora di rincasare, la salutavo nel punto esatto in cui ci eravamo date appuntamento, sicura che la battaglia per la conquista del broccolo terminasse lì e che la guerra fosse tutta ancora da giocare. Ma, mentre io tornavo a casa ripercorrendo passo dopo passo la serata e sognando già cosa poteva succedere l’indomani, pensando di chiederle se le andava di andare a fare il tifo alla partita di basket dove giocava il nostro principe azzurro del momento, lei metteva in atto il suo piano segreto. Di nascosto da me, riusciva ad ottenere un incontro “in seconda serata”, quindi senza che io fossi presente. Lì, su quella panchina di fronte all’ex tabaccheria, lei sapeva creare quella magica complicità, una giocosità innocente eppure sensuale perché misteriosa, stipulava l’accordo che quell’incontro sarebbe rimasto sempre segreto e lo rinnovava ogni sera, bruciandomi così tutte le carte, tutte le speranze. La sua strategia era infallibile ed invincibile più che le nostre bellezze e i nostri caratteri a confronto. Era quella la sua arma vincente: incantava la preda, rendendola complice di un segreto, partecipe di un qualcosa che era solo loro, nell’ora tarda della sera, quando non c’era più nessuno che potesse disturbare o distrarli. Erano soli e concentrati sui loro sguardi, sui loro gesti. E così, sera dopo sera, creava l’aspettativa che quell’incontro segreto si ripetesse ancora, che quell’atmosfera intima li avvolgesse ancora e li avvicinasse.

Ed è così che lei restava sempre imbattuta. Io la perdente. Ignara dell’astuzia messa in atto dall’amica rivale, vedevo i ragazzi improvvisamente tagliarmi fuori, improvvisamente scegliere lei. Ero piccola, soffrivo sì, ma poco, più che altro perché non capivo, mi vedevo brutta e credevo che fosse solo questo il motivo della mia sconfitta. Ma era una ferita che rimarginava subito, il giorno dopo avevo già occhi per un altro. Lei era piccola, si innamorava per gioco, il successo le dava sicurezza e diventava sempre più ambita, ma era un’estate che passava presto, il giorno dopo avermi soffiato un ragazzo, aveva già occhi per un altro. E così ogni storia si ripeteva col solito incanto notturno e finiva sempre nel solito modo.

Poi è arrivato il tempo delle scelte consapevoli. E la vita scelta ci ha portato su strade diverse. L’inconsapevole guerra è finita, la distanza ha siglato l’armistizio.


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