Archive for the 'belle figure' Category

Quelli che… discendono dalle volpi

Discendiamo dalle scimmie. Dicono. Io di sicuro, scapigliata, un po’ goffa… e poi mi gratto sempre la testa (escludo pediculosi o dermopatie varie) mentre leggo, mentre guardo la tv, alla maniera di Stanlio. Rido per sdrammatizzare di vicende mie e altrui (ma ogni pazienza ha il suo limite).

Ma c’è qualcuno che crede di discendere dalla volpe, pur dimostrando continuamente di discendere dalla capra.

“Ciao – rivolgendomi ad un collega – volevo comunicarti che sono disponibile a sostiturti dal 18 al 23”.

Risposta: Ah, PERFETTO (addirittura PERFETTO!!!), ALLORA MI SOSTITUISCI IL 17 E IL 24? … E fin qui siamo ancora sul “soft”!

Ma passiamo ad un esempio “hard”: la fatidica odiata domanda da non porre mai ad una donna: “Ma sei ingrassata? E come mai? Prima eri più bella!”  (ao’ grazie, sei n’amico…) Risposta (mia): “Non vorrei risultarti antipatica (e invece sì, brutto Mr. Capron De Vulpis che non sei altro), ma se pesi almeno 40 kg più di me e sei alto un metro e mezzo sotto il cielo, forse puoi spiegarmi tu COME MAI si ingrassa e COME MAI il solo movimento masticatorio non è sufficiente a smaltire i grassi in eccesso!”. E avrei voluto aggiungere: …Infatti tu sei un GRASSO in eccesso, ma neanche il movimento masticatorio di un leone affamato riuscirebbe a toglierti di mezzo in poco tempo.

N.B.: Questo post non è contro le persone in sovrappeso in genere (per carità!), ma contro i Mr. Capron De Vulpis che incontriamo quotidianamente e in ogni dove.

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In Italia ci son cose peggiori dell’H1N1…

…e non se ne parla abbastanza. Il solito ritornello “tutti lo sanno, ma nessuno apre bocca”, favorendo un sistema che mortifica e deprime le risorse intellettuali . Almeno quelle costrette a restare.

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Un Paese che non cresce, non cambia, non matura, è morto nella culla.

La dama, il cavaliere e l’ascensore

E così, dopo una lunga giornata di lavoro, si tolgono i panni della fatica, si depongono gli arnesi (vedi: camice e fonendoscopio) e si ritorna “in borghese” in mezzo a tanta altra gente, lì, in “anonimato”, nei corridoi dell’ospedale. Si pigia il tasto in direzione “su” e si attende l’ascensore. Mentre si è assorti nei propri pensieri, mentre già si pregusta un bagno caldo o, più spesso, l’emozione di un gustoso panino che si lascia masticare senza che la ciccia opponga resistenza, ecco che qualcuno turba l’atmosfera di pre-relax e di attesa.

“Signorina”

“Dice a me?”

“Sì”

“Dica”

“Sta perdendo un foglietto dalla tasca”

In tutta serenità, sapendo di aver messo il biglietto dell’autobus nella tasca posteriore dei jeans, ringrazio il gentiluomo per aver evitato che lo perdessi.

Per me la vicenda è chiusa, il biglietto è in salvo e candidamente aspetto l’ascensore, sempre immersa nella poesia dei miei pensieri che già sognano una meta neanche troppo lontana ma purché mi dia ristoro… quand’ecco che il tanto gentile e gentilissimo gentiluomo riprende la conversazione.

“Beh, sa, signorina, è stata fortunata”.

Non capendo verso quale orizzonte viaggi quel discorso, lo ringrazio di nuovo abbozzando un sorriso che si incammina verso il nervoso andante.

“Beh, sa, signorina… è stata fortunata, anzi è fortunata che, volendo o nolendo, l’occhio dell’uomo cade sempre là… altrimenti del biglietto non me ne sarei mai accorto”.

Eeeh????

Improvvisamente passo dal sorriso alle sopracciglia aggrottate e se fossi un manga giapponese, la nuvoletta disegnata sulla mia testa riporterebbe i seguenti caratteri: !!!%* >( | ++ ** %& @@@>( >( @@(§>>!!! gggggrrrrrrrrr %& ! ” = ?^ ** <<%+++****§§@&$£%!!!!!!!!

Ma siccome sono una signora, quando  arriva l’ascensore, faccio cenno al cortese idiota di salire prima di me e, mentre lui mi guarda con aria ebete e convinto di avermi detto qualcosa che può in qualche modo interessarmi e spingermi a continuare la piacevolissimachiacchierata (o! dopotutto lui si sentiva quasi un eroe per aver salvato il mio biglietto!!), io rimango all’esterno, sul pianerottolo… e mentre le porte dell’ascensore si chiudono, annullando per sempre la presenza di quel tristo figuro dalla mia vita, il cuore mi muove al gesto spontaneo e naturale di alzare lentamente il braccio sinistro per accompagnare l’espressione molto raffinata che mi si è dipinta sul volto e che dice: a’ poveraccio, ma co ‘st’ascensore… ma vedi d’anna’ a f…

Tra gentildonne e gentiluomini ci si capisce.

Compagni di viaggio

DRIIIIN – DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! Che c’è? … CHE? EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!! NOOOOO, non mi dire così!”

Avevo appena mandato un messaggio a un’amica per dire che questo viaggio, a differenza del precedente, procedeva tranquillamente, quando l’autista riceve una telefonata da un responsabile della ditta di trasporti e il pullman si ferma in una piazzola di sosta.

“No, ma non è possibile! Ma scusa, ma abbiamo contato due volte!!”.

“Che succede?”
“Qualcuno è rimasto appiedato all’autogrill”.

Il secondo autista ci ri-conta come pecorelle e si accorge, in effetti, che i conti non tornano. Quando eravano in partenza dall’autogrill un ragazzo è sceso e risalito ed è stato contato due volte.

DRIIIIIN – DRIIIIIN – DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNN
“Pronto! E che ti devo dire… ma abbiamo avvisato con il microfono che la sosta durava 15 minuti… siamo stati lì 25 minuti, insomma… Che casino!!! …Lì, in quell’autogrill c’è il pullman della ditta R*****, fanno la nostra strada, quelli sono amici nostri, se la ragazza spiega la situazione, prende un passaggio e l’aspettiamo alla piazzola!”.

Noi passeggeri siamo senza parole, divisi, perché da un lato ciascuno di noi ha degli impegni a cui non vuol mancare, dall’altro lato ci mettiamo nei panni della persona rimasta là. Tuttavia questa persona pare si rifiuti (o si vergogni) di chiedere il “passaggio” all’autobus R***** che quindi riparte senza lei a bordo.

DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! AH… ma perché non è salita su quel pullman? E mica le ho detto di fare l’autostop? E va bene, va bene, ora chiedo ai signori se sono d’accordo… Signori, ci sono problemi se torniamo indietro? Vi avverto che ci vorrà un’ora per tornare all’autogrill perché la prossima uscita è distante e la strada non è agevole”.

Noi passeggeri siamo confusi, fortunatamente (per la ragazza all’autogrill) nessuno ha coincidenze da prendere al volo, il ritardo può essere tollerato e così si acconsente al recupero di Alice nel paese delle meraviglie.

Durante il viaggio di salvataggio un signore comincia a fare delle considerazioni (con molta calma e pazienza) sul fatto che questo non è l’autobus della gita scolastica ma un mezzo pubblico al pari di un treno (dove nessuno si incarica di contare i passeggeri e assicurarsi che siano tutti a bordo). E se scendi a una stazione, ti perdi in chiacchiere e il treno riparte sono cavoli tuoi, non certo torna indietro a prenderti.

Arriviamo all’autogrill, la ragazza sale sull’autobus, dice che le dispiace. L’autista le biascica dietro un “Va bene, va bene, pensiamo alla salute”, poi riceve una telefonata da parte della mamma della ragazza che lo ringrazia accoratamente. “Signora, non mi deve ringraziare. Deve ringraziare il fatto che i signori viaggiatori hanno acconsentito a tornare indietro! Noi siamo responsabili di tutti, non solo di sua figlia, e se solo uno di loro mi avesse detto che aveva un aereo da prendere non avremmo potuto invertire la rotta e sua figlia sarebbe rimasta lì ad attendere per quattro ore l’arrivo della corsa successiva”.

Terminata la conversazione con la madre, l’autista si rivolge alla ragazza: “Su, vai a sederti al tuo posto… A proposito… Ma dove sei seduta?”. La ragazza indica il posto. “Ah… ma sei da sola o c’è qualcuno accanto a te?”. “C’è quella ragazza!”. Ci giriamo tutti per vedere in faccia chi, per distrazione e/o per egoismo, non ha pensato di avvertire gli autisti che la persona che era seduta accanto a lei non era presente al momento di ripartire dall’autogrill. Ci saremmo evitati il ritardo e lei una pessima figura.

MORALI DELLA FAVOLA:

1) Anche se i nostri compagni di viaggio non ci piacciono sono sempre persone. E noi siamo persone. E basta un po’ d’attenzione. E se magari siamo tentati di liberarci al più presto di loro, evitiamo di lasciarli all’autogrill perché poi, oltre alla salute psichica, perdiamo anche tempo. Tanto prima o poi il viaggio finisce! E ognuno per la sua strada.

2) Ci vuole fortuna a trovare il compagno di viaggio, nel viaggio breve e nel viaggio di una vita (oppure rischi che ti lascino a piedi!!!). Il viaggio è una metafora della vita. Per questo VIAGGIANDO SI IMPARA!

Per caso, dopo aver scritto il post (infatti questa è una modifica “a posteriori”) sono andata a leggere – per gioco – il mio oroscopo… insomma… c’ho ragione, ci ho!!!  Ecco cosa dice:

Un poeta mio amico aveva un piano per scrivere un libro in tempi record. Ha comprato un biglietto di andata e ritorno sul pullman che va da Oakland, in California, a New York. Era convinto che viaggiare per nove giorni percorrendo diecimila chilometri, mangiare panini comprati nei distributori automatici e dormire seduto in mezzo agli estranei l’avrebbe aiutato a scrivere un poema epico. L’esperimento ha funzionato: il suo libro è spiritoso e sconvolgente. Ti consiglio di svolgere un compito simile, Sagittario. Sfrutta la magia di una scadenza precisa per creare qualcosa di bello e durevole.

Succede a Roma

Seduta sulla panchina, gusto il gelato e mi godo la scena.

Un bel giovanotto fissa dal finestrino della sua auto una bella figliola tutta scosciata e con tutta la mercanzia ben apparecchiata. Più la fissa più lei sbatte le ciglia. Più la osserva più lei si fa civetta. Più la guarda più lei fa dei movimenti con il corpo (come a voler mostrare il profilo migliore), dei sorrisini.

Il bel giovanotto si sistema meglio sul sedile e abbassa completamente il finestrino, poi rivela la sua vera natura di macho, di uomo che non vorrebbe chiedere mai ma è costretto a farlo:

“Che n’hai vista a freccia? Ma tu guarda questa! C’avrai pure un bel culo, ma io voglio parcheggiare”!

Oh, i romani quando trovano un parcheggio non solo non guardano in faccia a nessuno, ma passano pure sul cadavere delle belle donne, attenzione!

Not for Sale

Non è gratis (e non è nemmeno in vendita). E soprattutto è qualcosa che ci si deve meritare.

“Ma come? Non mi dai fiducia?”

“Fiducia? Ci conosciamo da 5 minuti! Quale fiducia e fiducia? Non mi fido affatto!”

“Perché?”

“Perché?!? Ma perché, piuttosto, mi chiedi la fiducia dopo così poco tempo?”

“Perché la fiducia è una cosa che si dà, così, gratuitamente.”

“Già, ma non scioccamente! Al momento opportuno te l’avrei data ma, visto che me la chiedi ora, forse nella tua testa si è radicato il pensiero che i tempi sono maturi, che te la meriti. Gratuita nel senso che è DONATA all’altro, ma il quando lo decide chi regala, non chi riceve!”.

Cambia discorso. Di male in peggio. Comincia a vender chiacchiere sul denaro, sui soldi, sulla sua possibilità di poter comprare e permettersi tutto.

Indispettita e inviperita, innervosita e anche un po’ annoiata dall’inutilità delle sue parole, spaventata dall’ “horror vacui” (ché mi è preso un colpo quando la sua scatola cranica mi è parsa completamente vuota, c’era buio pesto lì dentro e anche una puzza di stantìo da neurone in estinzione), per troncare ogni discorso:

“Scusa, se puoi comprare tutto, com’è che la mia fiducia la vuoi gratis?”

Ccà nisciun’ è fess’

una nuova disciplina olimpica e una “s-fricassea” di mani e avambracci

Solo pochi post fa decantavo la bellezza della corsa su un percorso di montagna, del perdersi nella natura, di rimirar l’orizzonte e recuperare forze, salute ed energie… ma ieri, ah, ieri addirittura mi sono inventata una nuova disciplina olimpica: tuffo su asfalto con un avvitamento e mezzo e ruzzolamento su rovi e scorticamento su sterpaglie. Ebbene sì. Dopo i primi tre chilometri in salita e la sosta alla fontana, finalmente era arrivato il momento della discesa, ma il piede sinistro ha trovato un pessimo appoggio su un piccolo tratto di strada dissestata e così mi sono ritrovata in scivolata sull’asfalto, con le mani e le braccia ben protese in avanti e “mi sono fatta la fiancata” procurandomi graffi su tutto il lato sinistro (senza importanti conseguenze per fortuna). Ma subito dopo la scivolata, la “corrente” mi ha spinto a ruzzolare sui rovi che costeggiano la strada, riempiendomi di spine a destra e a manca. Poi finalmente il mio corpo – di cui non ero più padrona – ha deciso di fermarsi su sterpaglie e brecciolina che si è infilata nelle ferite che mi ero procurata durante il tuffo su asfalto. Così, tornata a casa, ho allestito un piccolo ambulatorio sul tavolo della cucina, ho preso tutto il necessario tra disinfettanti e soluzione fisiologica, garze e cerotti, pinzette e aghi, ed ho cominciato l’intervento di rimozione di spine, pelle morta, sassolini e pagliuzze. Un lavoro certosino che però ha portato ad una pulizia delle ferite veramente perfetta … e sebbene dolorante e con qualche sintomo neurovegetativo (visto che certo non potevo anestetizzarmi) ero molto soddisfatta del risultato!

Nel frattempo mia sorella tesseva lodi alla pigrizia.


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