Archive for the 'cronache da un viaggio' Category

L’asino a due piani

Brutta giornata. No, non brutta. Pessima. Pessimerrima. Neanche la passeggiata in centro e lo shopping (nemmeno ben riuscito – a dire il vero – data la nota pochezza di mezzi di chi studente non è più ma il mondo del lavoro ancora lo rifiuta) erano riusciti a placare i nervi. Già, proprio una brutta giornata.

E poi, mezz’ora in piedi, sotto la pioggia, ad aspettare l’autobus alla fermata di fronte alla pasticceria siciliana, la patria delle leccornie più golose che abbia mai mangiato… mi sentivo come in un girone dell’inferno, condannata a patire le intemperie dell’inverno e a schivare le onde anomale sollevate dagli pneumatici in corsa su quella striscia di asfalto che mi separava dal paradiso perduto, quella pasticceria… che guardavo, spiavo, dal bavero alzato del cappotto, sotto l’ombrello aperto.

“Ti prego, arriva presto”.

Invocavo l’arrivo dell’autobus, per scampare alla pioggia, per non dover morire annegata dalla mia stessa acquolina in bocca…

L’autobus – incredibile!!! – arriva.

Zuppa come poche altre volte, salgo su quella scatola di sardine su quattro ruote, mi rifiuto ti obliterare il biglietto (anche perché avrei dovuto camminare sulle teste delle altre sardine, lanciare un urlo alla Tarzan, usare le sciarpe della gente come liane, farmi mordere da un ragno con un veleno speciale sperando che integri il suo DNA con il mio in modo da diventare una Spiderwoman, sparare le mie ragnatele sul tetto del veicolo e raggiungere – stremata – la macchinetta che avrebbe timbrato il mio biglietto. Certo… nel frattempo che si svolgevano tutti questi film, sarei già arrivata a casa…)… dicevo?… dunque, non timbro il biglietto, indosso gli auricolari per sentire la mia musica preferita. La musica, la musica mi rilasserà e salverà questa giornata.

E invece no. Il lettore mp3 non funziona. Mi ha salutato… Avrà deciso di fermarsi alla pasticceria siciliana. Beato lui.

Dunque sarò costretta a sentire le chiacchiere delle altre sardine, stipate come me su quell’autobus. Ma… non c’era l’espressione: “muto come un pesce”? E perché ste sardine qua stanno sempre a chiacchiera’?

Mentre un’anziana signora tenta di abbordare una giovane ucraina e di convincerla a farle da badante promettendole di trattarla con rispetto (…ma… dico io… rispetto… ma… a me pare scontato! ci manca solo che si senta autorizzata a trattarla come schiava… vabbé), dal fondo dell’autobus comincia a levarsi la voce di uno straniero con vago accento napoletano che urla: “Capita’, famm’ scenn’!”, una, due, tre, quattro volte, urla :”Capita’, fammi scendere!”.

Siamo lontani dalla fermata, c’è traffico, il semaforo è rosso, ma quest’uomo dalla nazionalità non identificata (un UFO?) continua a urlare che vuole scendere, fregandosene altamente e – ovviamente – non renendosi affatto conto di essere uno (scusate, ma quanno ce vo’, ce co’) scassamaroni tale che i timpani di noi passeggeri invocavano l’eutanasia!!!

Ancora urla all’autista, con tutta la voce che ha: “Capita’, famm scenn!”.

Si alza allora un’altra voce maschile, ferma, sicura, ironica, che non tradisce rabbia, forse un po’ di esasperazione:

“Capitano! Apri ‘ste porte, ché qua c’è uno che ha fretta d’anna’ ar manicomio!”.

Le porte si aprono e lo scassamaroni urlante scende.

Ma la sorte restituisce sempre ciò che toglie……….

Sale infatti una nonnina veramente dolciiiissssssssssssssssima, che resta in piedi, vicino al conducente e comincia a stressarlo: “Io mi metto qua, eh, non mi dica niente, ma io la devo controllare, che io sono anziana, ma ci tengo alla pelle, voi guidate come dei pazzi… ecco, vede? Lei anziché tenere il volante con due mani, sta sempre col cellulare in mano!!! Ma mentre lavora non si deve distrarre ché lei ha la responsabilità di tutte queste persone, e poi… cosa? Cosa vedono i miei occhi!!! Il giornale!!! Lei ha il giornale sulle gambe!!! Ma che fa? Legge il giornale  mentre guida? Ah, lei mentre guida legge? Parla al telefono, manda i messaggi?? Lei è un pazzo che non sa quello che ci fa rischiare e io mi rifiuto di farmi trasportare da gente così!!”

“Signora, allora scenda e prenda il prossimo”, le risponde stanco l’autista.

“Scendere? L’ho aspettato per un’ora e adesso lei mi fa la cortesia di guidare come deve guidare!”.

Neanche a farlo apposta, un motorino taglia la strada alla nostra scatola di latta, l’autista frena bruscamente, e tutte noi sardine scivoliamo in avanti.

La nonna sardina comincia a urlare: “Ha visto? Ha visto? Lei si distrae e poi…”

“Signora, non ho colpa, o frenavo o lo mettevo sotto a quell’imbecille”.

La signora fraintende, non capisce che “imbecille” è riferito al ragazzo sul motorino… “Imbecille? Imbecille a me???? Allora sa che le dico????? Che lei è un asino!!! Lei è un ASINO A DUE PIANI!!!!”

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Compagni di viaggio

DRIIIIN – DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! Che c’è? … CHE? EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!! NOOOOO, non mi dire così!”

Avevo appena mandato un messaggio a un’amica per dire che questo viaggio, a differenza del precedente, procedeva tranquillamente, quando l’autista riceve una telefonata da un responsabile della ditta di trasporti e il pullman si ferma in una piazzola di sosta.

“No, ma non è possibile! Ma scusa, ma abbiamo contato due volte!!”.

“Che succede?”
“Qualcuno è rimasto appiedato all’autogrill”.

Il secondo autista ci ri-conta come pecorelle e si accorge, in effetti, che i conti non tornano. Quando eravano in partenza dall’autogrill un ragazzo è sceso e risalito ed è stato contato due volte.

DRIIIIIN – DRIIIIIN – DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNN
“Pronto! E che ti devo dire… ma abbiamo avvisato con il microfono che la sosta durava 15 minuti… siamo stati lì 25 minuti, insomma… Che casino!!! …Lì, in quell’autogrill c’è il pullman della ditta R*****, fanno la nostra strada, quelli sono amici nostri, se la ragazza spiega la situazione, prende un passaggio e l’aspettiamo alla piazzola!”.

Noi passeggeri siamo senza parole, divisi, perché da un lato ciascuno di noi ha degli impegni a cui non vuol mancare, dall’altro lato ci mettiamo nei panni della persona rimasta là. Tuttavia questa persona pare si rifiuti (o si vergogni) di chiedere il “passaggio” all’autobus R***** che quindi riparte senza lei a bordo.

DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! AH… ma perché non è salita su quel pullman? E mica le ho detto di fare l’autostop? E va bene, va bene, ora chiedo ai signori se sono d’accordo… Signori, ci sono problemi se torniamo indietro? Vi avverto che ci vorrà un’ora per tornare all’autogrill perché la prossima uscita è distante e la strada non è agevole”.

Noi passeggeri siamo confusi, fortunatamente (per la ragazza all’autogrill) nessuno ha coincidenze da prendere al volo, il ritardo può essere tollerato e così si acconsente al recupero di Alice nel paese delle meraviglie.

Durante il viaggio di salvataggio un signore comincia a fare delle considerazioni (con molta calma e pazienza) sul fatto che questo non è l’autobus della gita scolastica ma un mezzo pubblico al pari di un treno (dove nessuno si incarica di contare i passeggeri e assicurarsi che siano tutti a bordo). E se scendi a una stazione, ti perdi in chiacchiere e il treno riparte sono cavoli tuoi, non certo torna indietro a prenderti.

Arriviamo all’autogrill, la ragazza sale sull’autobus, dice che le dispiace. L’autista le biascica dietro un “Va bene, va bene, pensiamo alla salute”, poi riceve una telefonata da parte della mamma della ragazza che lo ringrazia accoratamente. “Signora, non mi deve ringraziare. Deve ringraziare il fatto che i signori viaggiatori hanno acconsentito a tornare indietro! Noi siamo responsabili di tutti, non solo di sua figlia, e se solo uno di loro mi avesse detto che aveva un aereo da prendere non avremmo potuto invertire la rotta e sua figlia sarebbe rimasta lì ad attendere per quattro ore l’arrivo della corsa successiva”.

Terminata la conversazione con la madre, l’autista si rivolge alla ragazza: “Su, vai a sederti al tuo posto… A proposito… Ma dove sei seduta?”. La ragazza indica il posto. “Ah… ma sei da sola o c’è qualcuno accanto a te?”. “C’è quella ragazza!”. Ci giriamo tutti per vedere in faccia chi, per distrazione e/o per egoismo, non ha pensato di avvertire gli autisti che la persona che era seduta accanto a lei non era presente al momento di ripartire dall’autogrill. Ci saremmo evitati il ritardo e lei una pessima figura.

MORALI DELLA FAVOLA:

1) Anche se i nostri compagni di viaggio non ci piacciono sono sempre persone. E noi siamo persone. E basta un po’ d’attenzione. E se magari siamo tentati di liberarci al più presto di loro, evitiamo di lasciarli all’autogrill perché poi, oltre alla salute psichica, perdiamo anche tempo. Tanto prima o poi il viaggio finisce! E ognuno per la sua strada.

2) Ci vuole fortuna a trovare il compagno di viaggio, nel viaggio breve e nel viaggio di una vita (oppure rischi che ti lascino a piedi!!!). Il viaggio è una metafora della vita. Per questo VIAGGIANDO SI IMPARA!

Per caso, dopo aver scritto il post (infatti questa è una modifica “a posteriori”) sono andata a leggere – per gioco – il mio oroscopo… insomma… c’ho ragione, ci ho!!!  Ecco cosa dice:

Un poeta mio amico aveva un piano per scrivere un libro in tempi record. Ha comprato un biglietto di andata e ritorno sul pullman che va da Oakland, in California, a New York. Era convinto che viaggiare per nove giorni percorrendo diecimila chilometri, mangiare panini comprati nei distributori automatici e dormire seduto in mezzo agli estranei l’avrebbe aiutato a scrivere un poema epico. L’esperimento ha funzionato: il suo libro è spiritoso e sconvolgente. Ti consiglio di svolgere un compito simile, Sagittario. Sfrutta la magia di una scadenza precisa per creare qualcosa di bello e durevole.

Cronache da un viaggio: di spintoni, di parole che degenerano, di malori di controversa origine e di insurrezione popolare

Arrivo in largo anticipo. Per una volta anche l’autobus non si fa attendere troppo. Non ho bagagli ingombranti, solo uno zainetto che porto a bordo. I posti avanti, quelli delle prime 7 o 8 file, sono riservati ai passeggeri che hanno provveduto alla prenotazione giorni prima, ma l’autista garantisce che in fondo i posti sono liberi. Messaggio che deve essere sfuggito, benché ripetuto uguale ad ogni passeggero, a una brillante ottantenne che comincia a spingermi. Agisce alle mie spalle, mentre sono nel corridoio dell’autobus, sollevando il mio zaino, quello che portavo sulla schiena, con il manico del suo bastone. E spinge. Una, due, tre volte. La tolleranza ha un limite. “Signora, è inutile che spinge, lo sa? Se le persone che sono in fila davanti a me non si siedono, la sua spinta è inutile, mi fa solo male ma certo non può avanzare”. “E che so’ cretina io? So’ vecchia, ma no ‘nzalanuta (rimbambita). Qua i posti so’ tutti prenotati, ma io so’ senza prenotazione e allora mi voglio sedere prima che arrivano i prenotati”. Bene, la signora sostiene di non essere ‘nzalanuta, ma la sua furbizia non mi pare affatto questo granché. Intanto continua a spingere, poi comincia a lamentarsi: “Oh, ma io so’ vecchia, ohimmé, e qua non ci sono posti, ma io c’ho il cuore, c’ho le gambe (… -e meno male!! – avrei voluto aggiungere io, ma il ragionamento si faceva troppo articolato per la sedicente non-‘nzalanuta), e mica posso stare tutto il viaggio in piedi?“. Infatti, le avrei voluto dire, cara signora mia, mi sa che il viaggio in piedi non glielo fanno proprio fare!

Intanto la fila comincia a esaurirsi, mi siedo al primo posto libero, sempre dal lato del finestrino come piace a me, e vedo la signora andare a sedersi qualche posto più in fondo con mia somma gioia. Ma la sento blaterare: “Ah, ma allora sti autisti so’ disonesti! Riceren’ ca i post eran tutt prenotat! Ah, ma allora so’ loro ca so’ ‘nzalanut’! Ma qua i posti ci so’! Ah, ca fors m’han vist vecchia, si crerrer’n ca era ‘nzalanuta e han penzat: ma sta vecchia ndu s’abbìa! TRADUZIONE: “Ah, ma allora questi autisti sono disonesti! Dicevano che i posti erano tutti prenotati! (- no, non dicevano affatto così -) Ah, ma allora sono loro ad essere rimbambiti! Qua i posti ci sono! Ah, ma forse mi hanno visto anziana, credevano che fossi rimbambita e avranno pensato: ma questa vecchia dove vuole andare!”  Ovviamente inutile tentare di spiegare che, invece, agli autisti dell’età e della salute mentale e auricolare dei passeggeri importa poco, mentre è nel loro interesse (o se non altro nell’interesse della ditta di trasporti) che l’autobus sia al completo… 1 persona=1 biglietto, 100 persone=100 biglietti.

Mancano 10 minuti alla partenza. Arrivano ancora passeggeri. Due signore di mezza età salgono in tutta fretta, affannate, chiedono quanto manchi alla partenza, si siedono tra le prime file. L’autista chiede loro di favorire la prenotazione. Apriti cielo. Le due dame, A e B, cominciano a dar fiato alle trombe senza neanche dare all’autista il tempo di rispondere. Signora A: “La prenotazione? Che è sta novità? Ma noi viaggiamo da sempre con questo bus, ma quando mai la prenotazione?”; B: “Eh, ma infatti, ma ti ricordi che due anni fa (come se in due anni le cose non possano cambiare) siamo venute a Roma e non c’era tutti questi problemi”; A: “Infatti! Ché poi, io, a dire il vero, manco mai l’ho vista guidare su sto pullman!” (questo riferendosi all’autista… e uno strano cerchio dorato e luminoso appare pian piano in corrispondenza della sua testa, e degli strani affari piumati gli crescono simmetrici sulla schiena… e si comincia a sentire odor di santità); B: “No, ma io mò mi sono seduta e non mi importa, se volete partire partite, ma io non mi alzo”; A: “Io non mi sposto, né scendo!! Mò ci manca solo che ci lasciano qua! Me lo pagano loro l’albergo se devo restare a roma?”.  Finalmente, dopo tante chiacchiere esagitate, A e B concedono all’autista diritto di replica: “Signore, i posti delle prime file sono riservati ai passeggeri che hanno pagato la prenotazione. C’è il cartello sul sedile, vedete? C’è scritto posto riservato! Ma tutto il resto dell’autobus è libero, potete scegliere un posto dopo la ottava fila”. A: “E mò ce lo dice? E mò la gente già si è scelta i posti migliori?” B: “Vabbè, andiamo, va’, sennò restiamo in piedi”. Una delle due decide di sedersi accanto a me. Lamenta di soffrire il mal d’autobus (e siamo ancora fermi in stazione), disprezza il servizio, i sedili troppo stretti, dice che le manca l’aria e, onestamente, con lei a fianco, comincia a mancare anche a me.

Il pullman parte. Prendo il lettore mp3, indosso gli auricolari, chiudo gli occhi e tento (invano) di rilassarmi. La signora accanto sgomita, si agita, come dicono al mio paese “NUN PIGLIA PACE”! E mette la maglia e sfila la maglia, e apre la zip della borsa e chiude la borsa, e mi chiede che ore sono e quanto dura il viaggio, e sfoglia la settimana enigmistica e chiude la settimana enigmistica, e vuole che chiuda la tenda perché batte il sole e poi però non vede il panorama, e dice che i giovani son tutti asociali per colpa delle cuffie nelle orecchie, e parla… ehm… urla al telefono ordinando al marito di scongelare la carne (ma perché non impara a mandare gli sms questa!!!), e ogni volta che apro il mio cellulare si sporge per spiare, e se converso al telefono commenta la discussione!!! Così non mi resta che accucciarmi sul finestrino, rannicchiarmi, darle le spalle e tentare di dormire. Il viaggio è lungo, vorrei solo stare in pace. La signora riceve una telefonata e racconta del suo pranzo: “…Ah, niente, figlia mia, giusto un paio di panini, così, tanto per non avere fame durante il viaggio. Ché devo stare leggera ché io soffro il viaggio in pullman! Giusto un panino con la mozzarella e le melanzane sott’olio e un altro con la frittata e i peperoni… Giusto due mezzi filoncini.”

Ché devo stare leggera ché io soffro il viaggio in pullman! Giusto un panino con la mozzarella e le melanzane sott’olio e un altro con la frittata e i peperoni… Giusto due mezzi filoncini.

Dormo per circa due ore. Poi sosta all’autogrill. Prima di scendere la signora accanto a me mi chiede: “Signorina, quest’autobus mi fa venire il mal di stomaco, ma non è l’autobus, è il posto (in effetti vale lo stesso per me con una tale compagna di viaggio… ma nel suo caso credo che lo stomaco stia semplicemente chiedendo la resa dopo il LEGGERO pasto), e allora… che dice… Crede che posso chiedere a qualcuno dei prenotati se vuol far cambio posto con me?”. Ci penso un attimo poi le do una risposta ferma e decisa: “Ma ceeeeerto Signora!!! E cosa aspetta!!! Lo chieda subito!!! (…e se non vuole farlo per lei, lo faccia per me!!! Ma a questo pensiero non ho dato voce)“. La proposta di scambio le viene rifiutata. Mannagggggggggggggggggg.

Dopo un quarto d’ora di sosta si riparte. Cerco di riaddormentarmi ignara che da lì a poco si sarebbe scatenata una rivolta, l’insurrezione popolare. C’è quiete, infatti, la classica quiete prima della tempesta. Si comincia a sentire un certo calore dal basso, i piedi e le gambe sudano, finché il caldo non arriva alla gola. L’autobus è al completo, con i riscaldamenti accesi si soffoca. La gente comincia a vociferare, sembra che organizzino i moti carbonari. All’urlo di un disperato : “Fa caldo!!!!”, un piccolo esercito di fanti parte minaccioso alla volta del posto del conducente. Quello che si poteva ottenere semplicemente chiedendo all’autista di spegnere il riscaldamento, viene preteso con modi duri e parole non proprio da ambasciator che non porta pena. Ora sono i toni a surriscaldarsi. La contrattazione sull’aria condizionata degenera. Volano parole quali civiltà, rispetto, decenza, e la mia testa fa un salto alla rivoluzione francese, mi immagino la Marianna con la bandiera rossa-bianca-blu e riecheggiano “liberté, egalité, fraternité”, e attendo che cada la testa di qualcuno. L’area di sosta dell’autostrada sembra un ottimo patibolo. Manca solo la ghigliottina, lo spettacolo sarebbe perfetto. Ma alcuni giovani impavidi si offrono di far da peace-keepers, volontari di pace in un contesto difficile. La tensione viene allentata. Di nuovo in marcia!

“Il turbante viaggio d’istruzione”

Salgo in autobus, prendo posto, frugo nella borsa… nooo, ho dimenticato il lettore mp3, mi toccherà sorbirmi le chiacchiere dei passeggeri. Pochi, per la verità. Roma è ancora “in ferie” e sugli autobus sale solo qualche adorabile nonnina e la classica categoria di persone che non va mai in vacanza (perché con la testa lo è da una vita), quella dei “fuori come un balcone”, che grazie allo svuotamento della città, grazie alla dispersione dei pendolari in altri lidi, risultano improvvisamente più evidenti.

“Ooh, giovanotto, non preferisce sedersi accanto a una giovane?” domanda una dolcissima vecchina a un ragazzo sulla trentina appena salito a bordo, vestito di bianco dalla testa ai pie’. Sì sì, non è un modo di dire!!! Indossa un infradito bianco (eee, la mia amica me lo ricorda sempre che non bisogna fidarsi degli uomini che girano in città con l’infradito!), un pantalone bianco, una camicia bianca e una sciarpa bianca in testa arrotolata a mo’ di turbante.

“No, Signo’ – risponde quello – non mi piacciono le giovani che quelle non capiscono una m******”

“Ah, e va bene… ma lei è napoletano, come mai porta il turbante?”

“Perché? Non lo posso portare solo perché sono napoletano?”

“No, si figuri! Di solito lo portano gli indù!”

“E uno per mettersi il turbante deve essere per forza indiano?

“No, no, guardi, la gente, lei, per quanto mi riguarda, può fare come le pare!”

“Certo, che qua ci deve essere libertà! A quelli che tolgono la libertà io… Signora, non sa che gli farei!”

“No, no, ma vede, qui c’è libertà. Finché non fanno leggi per proibirlo noi potremmo indossare tutti i simboli come ci pare e piace.”

“Signora, guardi, lei mi sta simpatica. Sa perché porto il turbante? Perché finché porto il turbante vuol dire che dio c’è!”

“Ah… il turbante… dice?”

“Certo, il turbante! Perché io a dio ci credo, a quello sì, finché ho il turbante vuol dire che dio c’è. Lo so che c’è! Ma i preti, ah, quelli mi fanno schifo, io ai preti non ci credo, quelli rubano, si prendono i soldi.”

“Guardi – risponde sempre con garbo la dolce nonnina – io un po’ la penso come lei, so che dio c’è, ma in fondo dei preti non mi importa niente, e poi ci sono anche quelli buoni.”

“E no, signora. Il Vaticano com’è cominciato così finirà. Vedrà! Tutto ha un principio e una fine e manca pochissimo alla fine”.

Mentre pronuncia queste parole dall’acre sapore apocalittico, l’autobus si trova proprio alle spalle der Cuppolone, c’è un po’ di tensione a bordo, perché in città sarà pure sbarcato l’esercito come in Normandia giusto qualche annetto fa… però sugli autobus nessuno protegge i viaggiatori… e il livello di insicurezza è pari a quello che c’era prima…

Il ragazzo con-turbante si alza e comincia a urlare: “La gente come voi favorisce questo schifo di Vaticano e la chiesa, voi siete che lo favorite, perché vi fate rubare i soldi da loro!!! Ma è giunta la fine!!! La fine!!! E mò, con questi soldi, il Papa … che poi chi è il Papa, uno che si veste di bianco! E allora pure io so’ il Papa e pure io posso parlare, come lui, lui sul balcone io sull’autobus! Posso parlare!!! E posso dire che lui, quelli come lui, maschi e femmine, coi soldi ci si devono pulire il c***!!!”

Manca ancora un bel tratto alla fermata, però l’autista apre lo stesso le porte dell’autobus proprio davanti all’ingresso dei musei vaticani. Il ragazzo scende senza nemmeno rendersi conto se quella fosse o no una fermata. E mentre tutti noi tiriamo un sospiro di sollievo, sentiamo l’autista borbottare: “E mò, vagli a citofonare, digli che deve fa’ coi sordi nostri che almeno t’arestano e poi puoi parlare dar buco de ‘na cella!”

Che vita sarebbe senza ispiranti viaggi di istruzione in bus?

sogno estivo

estate 1998 – Ricordo di Nizza

SOGNO ESTIVO

Al pianto più mesto

rispose l’eco del vento

con parole più nuove

e pensieri più veri.

E durante il cammino,

tra gli alberi in fiore,

le sussurrò qualcosa,

le parlò d’amore.

Il sorriso più antico

lo ricordò solo allora

tra gemme di pianto

e fior di cristallo.

E sulle ciglia nere

si posò la sabbia

all’abbraccio del mare

nella notte più fonda.

Il suo respiro nel vento

rimase lo stesso

tra ricordi di fiabe

e disegni di boschi

Le tese la mano,

la strinse nel buio,

volò tra le onde

nel mare stellato.

Sembrò solo un sogno (e forse lo fu)

durò come il lampo: non c’era già più.

(osolemia, estate 1998, Nizza)

L’oggetto del contendere

Quante volte mi sono trovata in autobus, seduta al posto lato-finestrino, abbassavo il bracciolo che separa la coppia di sedili… e il passeggero seduto di fianco cominciava a sfrattare piano piano, poco a poco, il mio braccio dal comodo appoggio. Magari se non riusciva nell’impresa, aspettava che scendessi all’autogrill e… quando ritornavo al mio posto, lo trovavo incollato con la colla vinilica al mio bracciolo!!!

…In effetti il bracciolo centrale si trova un po’ in terra di nessuno e chi si siede dal lato del corridoio spesso crede di stare su un trono disponendo di entrambi gli appoggi, visto che di solito ne ha uno posizionato proprio dalla parte più esterna del sedile. Questo atteggiamento da tronista (n.b.: nessun riferimento a Maria De Filippi!!!) ce l’hanno soprattutto i panzuti cicciuti che necessitano di un buon sostegno per non rimanere incastrati e non cedere alla forza di gravità. Però poi a chi, come a me, piace il posto dalla parte del finestrino non resta che appoggiarsi sul finestrino, rannicchiarsi.

Ma oggi, sull’autobus che mi portava in Lucania, l’oggetto del contendere non c’era. Sparito. Eliminato! Sul nuovo mezzo della ditta che come tutte le ditte ti offre un passaggio a casa dietro pagamento di un biglietto più o meno congruo (beh, nel periodo in cui ci fu l’aumento del prezzo del pane, gli autisti giustificarono l’aumento della tariffa così :”Ormai è tutto più caro, anche il pane… e anche noi abbiamo delle spese e quindi…” e allora un viaggiatore rispose :”Ma perché? Forse questi autobus vanno a farina?”), insomma… sul nuovo modello di bus il sostegno tra i due sedili non c’è più! Che bello! Così non avrò più occasione di guardare in cagnesco il viaggiatore seduto a fianco a me! E mi rannicchierò sul finestrino lo stesso, ma senza desiderare ardentemente e per tutto il viaggio di ottenere la fruizione dell’appoggio conteso!

Almeno finché non troverò un altro oggetto da contendere! Sono un’indomita bisbetica!

Avviso ai bagnanti: non lasciare plastica a riva


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