Archive for the 'il naufragar m’è dolce in questo mare' Category

Freni

Macina binari

un treno di pensieri

ormai in ritardo per la coincidenza

con un carico di emozioni

che non raggiungeranno il cuore.

Stop di un semaforo

rosso fino all’ultima stazione

tira il freno ai desideri

agli impulsi a rischio di deragliamento.

Una voce passa,

rassicura i viaggiatori,

ma il tempo ci sorpassa in curva

e quel che resta è polvere

e

alla fine

quel che frena

è ruggine.

Autunno

Ascolto finalmente il tuo invito

– di pioggia e di vento –

a ballare come fan le foglie.

Così m’accogli

– su un tappeto d’ambra e d’oro –

alla prossima festa,

alla prossima neve che

bianco

preparerà il letto nuziale

come dolce sacrificio d’amore

per altre vite che verranno.

(OSoleMia, novembre 2003)

aspettando


Dondolano le gambe al di là della ringhiera,

ciondolano speranze al di là dell’orizzonte.

Rincorrono il sole oltre la linea del tramonto, giù, seguono i suoi raggi, aspettando la notte i miei pensieri. L’alba me li restituirà puliti

domani.

(OSoleMia, 2003)

evoluzioni cromatiche

Il lento scivolare di un colore nell’altro

non mescendosi a caso

ma affidandosi alla sapienza del Cielo

e la Terra

che si lascia accarezzare

da questi scampoli di luce

mi incantano,

mi placano,

sopendono il tempo

che, d’un tratto,

cessa la sua corsa

e mi regala un’emozione.

E il tremulo fremito

di una candela accesa alla finestra

accompagna i miei occhi a seguire

le evoluzioni cromatiche di un tramonto.

(OSoleMia, 10 settembre 2005)

Milano, foto di CsMicky

Today I feel so “emotional”

EMOZIONI

Ricordi

d’un sogno estivo,

d’una corsa

ad afferrar

le stelle.

Del primo pianto.

Di antichi sapori del borgo.

Di baci rubati.

Goccia

d’un profumo intenso.

Di pioggia fresca

sulla pelle.

Nomi

urlati al vento,

spinti

dallo zefiro ansante.

Viaggio

nel sole d’agosto

verso un mondo lontano.

Fiori

di amori segreti.

Da giovani amanti

per giovani spose.

Eco

di suoni.

Di passi.

Di risposte.

Profumi

di speranze.

Di paure.

Di tradimenti.

Di nuove promesse.

…emozioni…

(OSoleMia, 30 marzo 2000)

Relitto

“Ma che ti è successo? Perché corri? Dove vai?”.
Fuggiva, scappava. Aveva negli occhi il riflesso di chi è smarrito, in gola un dolore sordo e il respiro strideva.
Correva. E non vedeva l’ora che la sirena della paura fosse finalmente spenta. Che la notte tornasse ad essere silenziosa come altre notti.Il Faro. Il faro era crollato! Sgretolato. Poche macerie restavano sullo scoglio. Il mare se l’era inghiottito, aveva preso il faro. E lui, lui aveva perso il faro.

La bussola. La bussola non indicava più il Nord, non riconosceva più il campo magnetico, non sapeva più la direzione. Guasta, aveva perso la sua verità. Smarrita. Smarrito.

Lui correva, allora. Rincorreva il senso dell’orientamento. Correva a perdifiato, macinava chilometri per distruggersi i piedi e logorare le caviglie. Perché il dolore fisico lo distraesse dalla paura. Perché la stanchezza lo stordisse. Preferiva morire di stanchezza che di paura. Preferiva sentire il cuore cedere ai battiti accelerati per la corsa piuttosto che per l’ansia di sentirsi smarrito.

Tempo fa mi ero raccomandata che imparasse a navigare a vista. Gli avevo detto di non farsi abbagliare dalle luci, di apprezzare anche il buio, di non credere ai miraggi, di non fidarsi nemmeno delle leggi della fisica e del campo magnetico terrestre. Gli avevo detto di dubitare di tutto, tranne che di se stesso. Di procedere secondo il dubbio. Ma gli avevo anche detto di ridere. Di cantare. Di ballare. Piuttosto che scappare!

“Dove vai? Aspetta! Aspetta… Calmati”.
Solo quando la mia mano riuscì ad afferrargli il braccio ho avvertito il peso, l’oppressione di quella paura. Così nera, così vischiosa. E velenosa.
“Aspetta. Fermati. Riprendi fiato”. Aveva i polmoni affamati d’aria.
“Riposati un momento. Non sta suonando nessuna sirena. Non c’è alcun segnale d’allarme. Dammi la mano. Le mani! Dammi le mani!
Ti porto in riva al mare, camminiamo piano a piedi scalzi. Devi sentire l’acqua. Va. E viene.
Ti porto al mare.
Lascia perdere il faro. Ormai è crollato. Ora guarda il mare. Il mare non ha paura ed è ancora qui ad accarezzare questo lembo di terra. Lascia perdere il vecchio faro. Domani ne costruirai un altro. E poi un altro. E un altro ancora, di costa in costa, di scogliera in scogliera. Un mattone alla volta, un giorno alla volta, un respiro alla volta, una certezza alla volta, di dubbio in dubbio. Ti aiuto io, se vuoi. Domani.
Ma ora … Ora ti lascio solo sulla riva. Prenditi lo spazio, tutto lo spazio che ti serve, tutta la sabbia che ti serve. Tutta l’acqua, tutto il sole che ti manca!
Passerò più tardi a vedere come stai. Passerò a vedere se il mare ti avrà restituito il relitto e quel che resta della tua serenità dopo il naufragio”.

le cose tra le dita

Attento a non lasciarti scivolare nulla tra le dita.

Coltiva l’amore e i sogni e il futuro.

Non lasciarti scivolare la sabbia del tuo tempo migliore.

Non chiedere l’oblio degli attimi di penombra

e non pretendere la serenità

se non hai braccia forti abbastanza per tenerla stretta al petto,

se la lasci sfiorire.

Ascolta,

porgi l’orecchio all’assenza di suoni.

Se non riesci a contenere il Silenzio

non riesci a comprendere.

Attento a non lasciarti scivolare tra le dita le cose più importanti,

quelle libere di volare alto, quelle che hanno minor consistenza e nulla materialità,

eppure le cose che danno senso

alle cose che invece han forma, colore e

peso che le inchioda alla terra.

(OSoleMia, 2002)


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