Archive for the 'paura' Category

Aperitivo con Bulgakov

Ormai è diventata un’abitudine, che finirà solo quando sarò arrivata all’ultima pagina. Ogni giorno un racconto di Bulgakov, autore scoperto grazie a un amico che non è più nella mia vita ma che, appunto, mi ha lasciato un altro amico, un collega. Cosa mi avresti detto, oggi, Bulgakov? Proprio oggi che ho firmato la mia candidatura a un incarico lavorativo dalle non poche responsabilità. Leggo gli appunti (Appunti di un giovane medico) che hai lasciato, scritti da un giovane che capiva bene come ci si sente in certe situazioni, quando si passa dal libro all’atto pratico avendo alle spalle ancora poca esperienza nonostante la grande volontà, quando si decide e si interviene, quando sai cosa va fatto ma devi imparare a farla facendola, quando bisogna difendersi prima ancora di aver dato una risposta, quando per dirla devi scegliere di indossare gli occhiali per avere un’aria più compassata e credibile e per evitare il verificarsi di:” TOC TOC. Avanti. Oh! Mi scusi! Cercavo il dottore! Beh, signora, l’ha trovato. Il medico è leeeeei?!?!?!?!?!? Crede che altrimenti sarei seduta in questo ambulatorio da questa parte della scrivania?”; quando, ancor prima di ottenere la fiducia degli altri, bisogna trovarla in se stessi.

Ah, Michail, anche stasera aperitivo insieme… leggendo te, forse mi par meno dura.

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Precipitazione annunciata

Ieri guardavo la neve che cadeva, mentre ero in macchina. Cadeva. Preannunciata. E l’auto era pronta (non per merito mio) e in condizioni di essere usata sulla neve.

La neve cadeva, il vento la spingeva sulla strada, l’auto ci scriveva sopra le sue impronte con grafia pulita e sicura, svolgeva il suo compito senza mai andare fuori traccia.

Non come me. Che – è risaputo – sono una pasticciona… già… io non mi preparo mai alle precipitazioni annunciate, quelle facili da prevedere, quelle che – diamine – le mappe del tempo te le mostrano chiare. Non mi preparo perché non so se c’è un modo per farlo né saprei come fare. O forse, se cercassi di prepararmi, l’ansia da prestazione mi divorerebbe l’unico neurone sopravvissuto allo stress e il risultato sarebbe comunque un’incapacità d’azione. Volevo scrivere anche io un compito, o meglio una lettera, chi lo sa… ma anche là sarei andata fuori traccia, forse non avrei saputo neanche cosa scrivere. La debolezza del non saper cosa e come dire e di non saper affrontare la debolezza altrui (quando sai che il destinatario della tua lettera non capirebbe, anche lui reso a sua volta insicuro dalla sua ansia) ha vinto. Ma in fondo chi lo sa se prepararmi sarebbe servito a qualcosa. In fondo ci sono eventi che non si possono modificare… così scelgo di non prepararmi e di subirne le conseguenze, di prendere la cosa così come viene.

La precipitazione annunciata è arrivata e tale e tanta è stata la paura che non ho saputo affrontarla, non ho voluto rischiare. Sono rimasta a guardare, al sicuro. Già, perché forse a differenza dell’automobile che sfida le intemperie contando su un buon motore e gli pneumatici da neve, forse io non sono una macchina e mi concedo, qualche volta, un po’ di “sana” paura, madre di vigliaccheria.

Relitto

“Ma che ti è successo? Perché corri? Dove vai?”.
Fuggiva, scappava. Aveva negli occhi il riflesso di chi è smarrito, in gola un dolore sordo e il respiro strideva.
Correva. E non vedeva l’ora che la sirena della paura fosse finalmente spenta. Che la notte tornasse ad essere silenziosa come altre notti.Il Faro. Il faro era crollato! Sgretolato. Poche macerie restavano sullo scoglio. Il mare se l’era inghiottito, aveva preso il faro. E lui, lui aveva perso il faro.

La bussola. La bussola non indicava più il Nord, non riconosceva più il campo magnetico, non sapeva più la direzione. Guasta, aveva perso la sua verità. Smarrita. Smarrito.

Lui correva, allora. Rincorreva il senso dell’orientamento. Correva a perdifiato, macinava chilometri per distruggersi i piedi e logorare le caviglie. Perché il dolore fisico lo distraesse dalla paura. Perché la stanchezza lo stordisse. Preferiva morire di stanchezza che di paura. Preferiva sentire il cuore cedere ai battiti accelerati per la corsa piuttosto che per l’ansia di sentirsi smarrito.

Tempo fa mi ero raccomandata che imparasse a navigare a vista. Gli avevo detto di non farsi abbagliare dalle luci, di apprezzare anche il buio, di non credere ai miraggi, di non fidarsi nemmeno delle leggi della fisica e del campo magnetico terrestre. Gli avevo detto di dubitare di tutto, tranne che di se stesso. Di procedere secondo il dubbio. Ma gli avevo anche detto di ridere. Di cantare. Di ballare. Piuttosto che scappare!

“Dove vai? Aspetta! Aspetta… Calmati”.
Solo quando la mia mano riuscì ad afferrargli il braccio ho avvertito il peso, l’oppressione di quella paura. Così nera, così vischiosa. E velenosa.
“Aspetta. Fermati. Riprendi fiato”. Aveva i polmoni affamati d’aria.
“Riposati un momento. Non sta suonando nessuna sirena. Non c’è alcun segnale d’allarme. Dammi la mano. Le mani! Dammi le mani!
Ti porto in riva al mare, camminiamo piano a piedi scalzi. Devi sentire l’acqua. Va. E viene.
Ti porto al mare.
Lascia perdere il faro. Ormai è crollato. Ora guarda il mare. Il mare non ha paura ed è ancora qui ad accarezzare questo lembo di terra. Lascia perdere il vecchio faro. Domani ne costruirai un altro. E poi un altro. E un altro ancora, di costa in costa, di scogliera in scogliera. Un mattone alla volta, un giorno alla volta, un respiro alla volta, una certezza alla volta, di dubbio in dubbio. Ti aiuto io, se vuoi. Domani.
Ma ora … Ora ti lascio solo sulla riva. Prenditi lo spazio, tutto lo spazio che ti serve, tutta la sabbia che ti serve. Tutta l’acqua, tutto il sole che ti manca!
Passerò più tardi a vedere come stai. Passerò a vedere se il mare ti avrà restituito il relitto e quel che resta della tua serenità dopo il naufragio”.

l’amore a cui sfuggo

A te sfuggo,

alle tue parole

e al brivido

che mi dà l’averti accanto.

Così vicini,

quasi uno,

che la paura che non sia per sempre

è il mio coraggio…

e dal tuo amore fuggo.

(Osolemia, qualche anno fa)


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