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L’incantatrice notturna

Era così che faceva, aveva una strategia che seguiva fedelmente ogni volta che fosse necessario. Pochi testimoni a quell’ora della sera, forse solo la panchina vicino all’ex-tabaccheria alla periferia del paese avrebbe potuto smascherarla e invece non l’ha mai tradita.

Noi eravamo amiche, non amiche per la pelle, avevamo delle cose in comune: la scuola e i ragazzi che ci piacevano e per questo eravamo sempre in competizione. Forse più che dall’amicizia, eravamo legate dalla necessità di controllarci a vicenda, di sapere cosa stesse facendo l’altra in modo da restare sempre al passo ed essere pronte ad intervenire qualora l’una cominciasse a prevalere sull’altra. Noi eravamo amiche nell’immaginario collettivo, in fondo stavamo sempre insieme, eppure non avevamo voglia di confidarci, di confrontarci, di parlare col cuore in mano come fa chi mette del sentimento e della sincerità in un rapporto. Uscivamo insieme, giocavamo insieme, ma era un modo per studiarci e poi intervenire a gamba tesa nella vita dell’altra, preparare uno sgambetto sapendo quale fosse il momento giusto per farlo. Noi eravamo amiche nell’immaginario di noi stesse bambine, o almeno di me bambina, perché quando ero piccola non rimuginavo, non pensavo, ero impegnata a crescere e a imparare cose che mi sarebbero servite una volta adulta, ma non avevo tempo per pensare a quello che mi accadeva, a quello che sceglievo. Ero davvero io a scegliere? O erano le circostanze? Quando ero piccola – a differenza di adesso – sapevo scegliere i biscotti per la colazione, avevo le idee chiare sugli aspetti più pratici della vita (ora invece il supermercato mi mette a disagio con quegli scaffali pieni di scelta… e come faccio a scegliere… come faccio a sapere se quel biscotto è più o meno buono, a parità di calorie, rispetto a quello dell’altra marca, che costa meno ma è anche meno conosciuto di quell’altro che però in questi giorni è in offerta speciale 3 x 2, ma se poi non mi piace, anziché sopportare questa scelta per due pacchi, dovrò sopportarla per 3, e così via), ma non mi curavo della scelta degli amici, frequentavo i miei coetanei come capitava, seguendo solo il consiglio di evitare la cattive compagnie, ovvero le ragazze troppo svestite e disinibite e i ragazzi che fumavano e che passavano tutto il giorno in sala giochi. Così, una ragazza della mia età, di buona famiglia, brava a scuola, intelligente, diventava mia amica per esclusione, non per scelta.

Non ero io la più simpatica. Ero socievole, ma forse un po’ saccente, sicuramente troppo ironica, ma a qualcuno piaceva questo, chi sapeva reggere lo scambio di battute era sicuro di divertirsi molto con me, ero abile con le chiacchiere quando mi  mettevo d’impegno e quando sentivo che chi avevo di fronte era pronto per capirmi, gli regalavo la me più bella e quasi si stupivano che quel ruvido, modesto cofanetto di legno potesse contenere una tal luce.

Lei era apparantemente più estroversa, decisamente più carina, più magra, dal punto di vista estetico non potevo reggere il confronto, sapeva muoversi meglio, aveva un eloquio più misurato e meno spontaneo del mio, ma sapeva fare domande e ottenere risposte, cosa che io non facevo mai. Nessuno si stupiva che in un delicato cofanetto d’avorio fossero contenute femminili vanità e fragile grazia.

I nostri approcci con il sesso opposto erano diversi. Non agli antipodi, ma comunque differenti per stile, tempi. Entrambe desiderose di raggiungere l’obiettivo, io giocavo a carte scoperte, non perché sicura di me, ma perché poco abile al bluff, perché dopo aver passato l’intera giornata a pensare e a ipotizzare un dialogo col ragazzo che “amavo” (parola grossa per quei tempi e forse anche per questi), dopo essere stata davanti allo specchio dei miei sogni a fantasticare e a immaginarmi con la maschera imbattibile della femme fatale, il castello in aria si sgretolava immediatamente dall’emozione di uno sguardo appena incrociato durante una passeggiata per il corso o da dietro la rete del campo di calcetto. E così ritornavo ad essere la timida me, eppure così schietta, così ingenua, impacciata, goffa, orrenda con quei capelli crespi e spettinati e un modo di vestire assolutamente da maschiaccio. Lei riusciva sempre a risultare più desiderabile di me, sapeva creare il feeling giusto, riusciva a mettere in scena i suoi alter ego migliori, a nascondere il peggio (cosa che invece io buttavo subito in faccia a tutti come a voler dire: ecco, questi sono i miei difetti, ora se vuoi parliamo dei pregi. Ma in molti si arredenvamo prima che potessi passare alla seconda fase), non so quanto lo facesse con coscienza, volontariamente, perché questa consapevolezza in me è arrivata anni e anni dopo, prima era tutto naturale, c’era chi era naturalmente ingenuo, chi naturalmente codardo, chi naturalmente calcolatore, chi naturalmente spontaneo. Lei era sempre allegra, non rispondeva mai sgarbatamente sebbene qualche volta fosse decisamente acida, soprattutto quando, dal piedistallo della superbia, si autoproclamava la migliore in tutto. Io ero lunatica e, se ero nervosa, i miei “cinque minuti” travolgevano senza giusta causa chiunque osasse attraversare il mio pensiero e solo chi aveva pazienza ritrovava il mio sole dopo le nuvole.

Ci piacevano gli stessi ragazzi. Al solito, io riuscivo sempre a diventare una buona amica, preparavo il terreno, curavo il mio orticello giorno dopo giorno, in sua presenza, ovviamente, battuta dopo battuta credevo di giocarmela con lei ad armi pari, negli stessi tempi, nell’orario convenuto, quello in cui ci davamo appuntamento per una passeggiata in paese. Ma lei aveva un asso nella manica che io non conoscevo, un trucchetto che le permetteva di avvantaggiarsi sempre, rispetto a me, nella cura dell’orticello e del broccolo di turno. Quando arrivava l’ora di rincasare, la salutavo nel punto esatto in cui ci eravamo date appuntamento, sicura che la battaglia per la conquista del broccolo terminasse lì e che la guerra fosse tutta ancora da giocare. Ma, mentre io tornavo a casa ripercorrendo passo dopo passo la serata e sognando già cosa poteva succedere l’indomani, pensando di chiederle se le andava di andare a fare il tifo alla partita di basket dove giocava il nostro principe azzurro del momento, lei metteva in atto il suo piano segreto. Di nascosto da me, riusciva ad ottenere un incontro “in seconda serata”, quindi senza che io fossi presente. Lì, su quella panchina di fronte all’ex tabaccheria, lei sapeva creare quella magica complicità, una giocosità innocente eppure sensuale perché misteriosa, stipulava l’accordo che quell’incontro sarebbe rimasto sempre segreto e lo rinnovava ogni sera, bruciandomi così tutte le carte, tutte le speranze. La sua strategia era infallibile ed invincibile più che le nostre bellezze e i nostri caratteri a confronto. Era quella la sua arma vincente: incantava la preda, rendendola complice di un segreto, partecipe di un qualcosa che era solo loro, nell’ora tarda della sera, quando non c’era più nessuno che potesse disturbare o distrarli. Erano soli e concentrati sui loro sguardi, sui loro gesti. E così, sera dopo sera, creava l’aspettativa che quell’incontro segreto si ripetesse ancora, che quell’atmosfera intima li avvolgesse ancora e li avvicinasse.

Ed è così che lei restava sempre imbattuta. Io la perdente. Ignara dell’astuzia messa in atto dall’amica rivale, vedevo i ragazzi improvvisamente tagliarmi fuori, improvvisamente scegliere lei. Ero piccola, soffrivo sì, ma poco, più che altro perché non capivo, mi vedevo brutta e credevo che fosse solo questo il motivo della mia sconfitta. Ma era una ferita che rimarginava subito, il giorno dopo avevo già occhi per un altro. Lei era piccola, si innamorava per gioco, il successo le dava sicurezza e diventava sempre più ambita, ma era un’estate che passava presto, il giorno dopo avermi soffiato un ragazzo, aveva già occhi per un altro. E così ogni storia si ripeteva col solito incanto notturno e finiva sempre nel solito modo.

Poi è arrivato il tempo delle scelte consapevoli. E la vita scelta ci ha portato su strade diverse. L’inconsapevole guerra è finita, la distanza ha siglato l’armistizio.

nell’unico modo possibile (dietro il non detto)

Nell’unico modo possibile, almeno l’unico per me,  amo di un amore semplice, a volte ostinato,  sempre assetato e sempre generoso, mai ostentato e mai arreso, forse ferito, a volte distrutto, spesso calpestato o forse semplicemente non capito e condiviso.

Ti amo. Ma non te lo dico. E non te lo dico per non spaventarti. Ti amo e resto solo per osservarti. E dietro lo sguardo c’è sempre un non detto, un’omissione che è poi la verità.

Ti amo. Lo affermo (nella mia mente) ed uso il presente. Ché di certezze non ne ho mai avute tante, ma questa è l’unica verità di oggi, quella che conosco stasera.

Ti amo. Nell’unico modo possibile.

Arrivederci alla città che ho vissuto

Roma.

L’ho vissuta questa città. Da quando ho terminato il liceo sono approdata qui, città che mi incantava e spaventava insieme. Ma sono cresciuta con Lei. Roma. Le sue strade conservano i miei passi, i miei ricordi, la mia storia… già, in mezzo alla moltitudine di storie che hanno camminato qui, c’è anche la mia. In mezzo all’eternità dei momunenti dell’Urbe c’è un pezzo di me e del mio cuore.

Qui la mia vita ha iniziato ad essere veramente mia, ad appartenermi più che altrove. Qui ho dovuto contare sulle mie forze, tutelarmi, ma anche fare delle scelte, misurarle, ponderarle. Qui ho dovuto costruire una nuova realtà sociale e di amicizie, qui ho riso e ho pianto, qui ho avuto tutto e perso niente.

C’è un po’ di Roma nei miei occhi, nel mio accento e in certe espressioni dialettali, c’è un po’ di Roma nell’ironia e nel sarcasmo. Ma non è Lei ad appartenere a me. No, Lei è troppo grande, Lei contiene. Contiene anche me, così tanto che sono io ad appartenerle.

A volte odio il suo caos, il disordine, il rumore, la gente che corre senza guardare. Ma l’odio è la faccia di quella medaglia che dall’altro verso non mostra che amore… Perché non c’è un’altra città uguale, perché non c’è un altro posto al mondo che a me sembra altrettanto familiare. Qui non mi sono mai sentita smarrita, qui ho trovato sempre la forza di andare e ricominciare, qui mi sono fatta coccolare e distrarre quando i pensieri erano carichi di nebbia, qui ho sempre trovato la strada. Qui c’è sempre una strada per me, su misura per ogni occorrenza… ampi lastricati, viali enormi, vicoli intrecciati e stretti che poi si aprono su spazi meravigliosi che si riempiono dello stupore dei passanti e dei turisti… quante volte sulle stesse strade, ogni volta lo stesso stupore… non c’è posto al mondo capace di sorprendere così. E pensare che tutta questa bellezza è un po’ anche mia… è stata mia e lo sarà per sempre, perché questi posti hanno impressionato la pellicola della mia memoria… qui, tra questi mille vicoli, ho lasciato i pensieri disperdersi e poi ricongiungersi sulle rive del Tevere, ho disperso la tristezza e mi è stata restituita la serenità.

Roma, come posso lasciarti? Per quanto possa immaginare che una vita in questo caos non sia agevole, come posso credere di riuscire a sopportare il distacco? Sono una persona a cui piace cambiare, trovo il cambiamento stimolante, il nuovo mi affascina e mi dà slancio, la curiosità per il nuovo mi dà forza ed energia… ma se dovessi andar via, Roma promettimi che le tue strade conserveranno ancora la mia storia e i miei ricordi, Roma conserva anche questa malinconia di oggi che piove giù dalla mia testa come l’acqua che ti bagna ora dal cielo. Roma, promettimi che mi riconoscerai ancora tua quando ritornerò.

(note a margine: tengo a precisare che nonostante la nostalgia emergente da quanto ho scritto, non ho programmato ancora di lasciare Roma… tuttavia questi pensieri sono figli della consapevolezza che questa città mi mancherà e mi è mancata tutte le volte che mi sono allontanata anche per pochi giorni… e sono frutto o contorno di una specie di “depressione post-laurea” per la serie: Ok, abbiamo riso e festeggiato, ma adesso? … Beh, la mia amica, che non ha tutti i torti, giustamente mi risponde: e adesso pensa alla salute!)

sogno estivo

estate 1998 – Ricordo di Nizza

SOGNO ESTIVO

Al pianto più mesto

rispose l’eco del vento

con parole più nuove

e pensieri più veri.

E durante il cammino,

tra gli alberi in fiore,

le sussurrò qualcosa,

le parlò d’amore.

Il sorriso più antico

lo ricordò solo allora

tra gemme di pianto

e fior di cristallo.

E sulle ciglia nere

si posò la sabbia

all’abbraccio del mare

nella notte più fonda.

Il suo respiro nel vento

rimase lo stesso

tra ricordi di fiabe

e disegni di boschi

Le tese la mano,

la strinse nel buio,

volò tra le onde

nel mare stellato.

Sembrò solo un sogno (e forse lo fu)

durò come il lampo: non c’era già più.

(osolemia, estate 1998, Nizza)

Correndo

L’estate scorsa ho cominciato a correre, ho imparato a correre. Mi piaceva la strada e il panorama. In salita, verso la cima del monte. Ma la vera meta era la fontana, appena ristrutturata, che mi regalava il sollievo di un sorso d’acqua fresca.

Correvo. I primi giorni non avevo le gambe pronte, poi le gambe andavano ma non avevo abbastanza fiato. Fino a che non ho trovato il ritmo, il mio, con il quale potevo procedere, continuare, riuscire a fare tutto il percorso.

Nel cercare il ritmo, il tempo da battere col passo, anche i pensieri hanno cominciato a trovare la loro direzione, a correre ordinatamente. Correndo dovevo solo resistere, non era necessario pensare a questo e a quello, a ciò che non avevo, che desideravo e non potevo avere, non dovevo concentrarmi su me e certi logori rapporti sociali, non era necessario consumare i neuroni inutilmente nelle paranoie, nei perché senza perché o per come. Dovevo correre. Avevo un semplice ma chiaro obiettivo, fare i miei chilometri, macinarli nel modo in cui sapevo. Dovevo pensare a questo, solo a correre, la fatica me lo ricordava, era l’unica preoccupazione in quei momenti. Insieme al fatto che le scarpe fossero comode e rispondessero bene alle sollecitazioni.

Correndo guardavo il paeseggio rurale, i covoni di paglia, il bosco… aggrappata alle redini del vento, nell’aria festosa e frizzante, mi sentivo tutt’uno con esso e col verde a me intorno.

Tornata a casa, arrivava il momento del premio: l’acqua e il sapone. Lavavano via il sudore, la stanchezza, mi restituivano come nuova alla realtà.

I pensieri? Quali pensieri? Davvero ero preoccupata di qualcosa prima di correre? Non me lo ricordavo nemmeno più!

O Sole, O Sole mia…

Che bella cosa na jurnata ‘e sole,
N’aria serena doppo a na tempesta!
Pe’ ll’aria fresca pare giá na festa,
Che bella cosa na jurnata ‘e sole!

Me la cantava nell’orecchio, me la sussurava con tono dolce e allegro, ma per me era come se la stesse cantando a squarciagola. Davanti al mondo. Lo immaginavo con le braccia aperte, rivolto al sole che doveva invidiargli il suo sole privato. Ero io (e lo dico nascondendo il viso tra le mani… arrossendo un po’).

Ma lui me la cantava sottovoce, piano, piano, pecché o’ sapeva che per me l’imbarazzo era cosa privata, e l’emozione, quella che colora le gote e che fa brillare e luccicare gli occhi, quella che ferma le parole in gola prima che vane o inopportune rovinino la vita che pulsa in quel momento, quella che tutela il silenzio e lascia che siano, timidi, solo gli sguardi a svelare segreti gelosamente gelosamente nascosti… l’emozione dovevamo spartircela tutta solo noi due.

Mi prendeva la mano e cominciava a ballare sulle note che cantava. Poi io lo seguivo con i passi e con la voce. Poi mi interrompevo per sentire lui. Poi ridevamo. Sempre. Le note e le risa sullo stesso pentagramma.

Ballavamo con i piedi sulla Via Lattea, su Marte, su Giove, sul mare, sui prati, sulle cascate, in mezzo al vento, sotto le fronde dei salici. Ma forse i piedi nemmeno più li sentivamo, non sentivamo più di essere corpo, di avere un peso, di avere consistenza. Eravamo mille bolle di sapone, e poi altre mille, che scoppiavano solo quando erano troppo troppo in alto, ma bastava soffiare ancora un po’ sui nostri desideri, ed ecco ancora altre mille bolle di sapone. Ed altre mille.

Non c’era il tempo, non c’era lo spazio.

E ridevamo, ridevamo sempre. Ogni sorriso, un bacio. Ogni sguardo, diamanti purissimi si scioglievano a coprirci di luce. Avvolti in quel prezioso piacere privato, nostro soltanto soltanto nostro, con in testa le favole e l’allegria, la felicità era l’unica cosa che aveva davvero sostanza.

Ogni volta che riprendeva la mia mano, ritornavamo su questa giostra…

Ma n’atu sole
cchiù bello, oje né’,
‘o sole mio,
sta ‘nfronte a te…
‘O sole,
‘o sole mio,
sta ‘nfronte a te…
sta ‘nfronte a te!

la foto è di Rosantica


La gente se ne va

La gente se ne va. La vacanza arriva per tutti, prima o poi. Le ultime pioggie della primavera (che pure se ne va…) lavano gli ultimi patetici ricordi. Sciolti, dissolti.

L’entusiasmo delle partenze resetta i rapporti che sembra non abbiano trovato la giusta direzione per un intero anno, per anni interi. La valigia non ha spazio per i pesi morti, ma solo per l’essenziale. Il sole estivo mette in ombra la malinconia, quella rifiorirà in autunno su rami ormai secchi, riempiendo lo spazio lasciato dalle foglie che sono a terra a colorare i viali e a suggerirci, timide, un nuovo percorso piuttosto che badare al solito vuoto dei rami secchi (e alla malinconia di cui sopra).

Ora è il momento del sole che abbaglia, che abbronza. Gli occhi non vedono nitidamente, la pelle bianca diventa nera. E non ci si riconosce più. A volte basta davvero così poco.

La gente parte. La gente. A volte senza salutare, volendo forse dimenticare, evitare inutili sentimentalismi.  Volendo cambiare! Volendo aprire e chiudere le parentesi come ante di un armadio! La gente fa il cambio di stagione. Ci si libera di ciò che non serve al momento, ma non definitivamente. Perché poi ritorna la stagione dei sentimentalismi.

… io non ho mai fatto il cambio di stagione. Non so neanche come si fa. Il mio armadio è sempre pieno dei maglioni e dei pantaloni di lino, conservo tutto. Tutto insieme.

Buoni propositi per l’estate: fare spazio, fare ordine. O forse no. Non ci riuscirò. O sì? No. Non sono la gente. Non sceglierò in base alle stagioni. Agli umori del momento.


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