Archive for the 'storie' Category

Quelli che… discendono dalle volpi

Discendiamo dalle scimmie. Dicono. Io di sicuro, scapigliata, un po’ goffa… e poi mi gratto sempre la testa (escludo pediculosi o dermopatie varie) mentre leggo, mentre guardo la tv, alla maniera di Stanlio. Rido per sdrammatizzare di vicende mie e altrui (ma ogni pazienza ha il suo limite).

Ma c’è qualcuno che crede di discendere dalla volpe, pur dimostrando continuamente di discendere dalla capra.

“Ciao – rivolgendomi ad un collega – volevo comunicarti che sono disponibile a sostiturti dal 18 al 23”.

Risposta: Ah, PERFETTO (addirittura PERFETTO!!!), ALLORA MI SOSTITUISCI IL 17 E IL 24? … E fin qui siamo ancora sul “soft”!

Ma passiamo ad un esempio “hard”: la fatidica odiata domanda da non porre mai ad una donna: “Ma sei ingrassata? E come mai? Prima eri più bella!”  (ao’ grazie, sei n’amico…) Risposta (mia): “Non vorrei risultarti antipatica (e invece sì, brutto Mr. Capron De Vulpis che non sei altro), ma se pesi almeno 40 kg più di me e sei alto un metro e mezzo sotto il cielo, forse puoi spiegarmi tu COME MAI si ingrassa e COME MAI il solo movimento masticatorio non è sufficiente a smaltire i grassi in eccesso!”. E avrei voluto aggiungere: …Infatti tu sei un GRASSO in eccesso, ma neanche il movimento masticatorio di un leone affamato riuscirebbe a toglierti di mezzo in poco tempo.

N.B.: Questo post non è contro le persone in sovrappeso in genere (per carità!), ma contro i Mr. Capron De Vulpis che incontriamo quotidianamente e in ogni dove.

Il killer sul tetto

Ero appena arrivata nella nuova casa. Niente di che, una mansardina, ma delle dimensioni giuste per vivere decorosamente. Avevo portato su l’ultimo pacco, 4 piani a piedi sono faticosi, figuriamoci portando dei pesi. E poi ore ed ore a pulire, sistemare… non vedevo l’ora di godermi la prima notte nel mio nuovo letto, non perché fossi stanca, noooo, ma… così… giusto per capire se fosse comodo abbastanza per recuperare le energie.

Pensavo: Ah, finalmente non avrò più animali tra i piedi! Lì, nella vecchia casa stavo bene, la camera era gradevole, arredata con gusto, bei colori, ma… il gatto, il gatto si infilava ovunque, era capriccioso sulla scelta dei croccantini, seminava il caos in tutta la cucina, di notte venivo svegliata ora da un tonfo, ora da un crash, ora da un bongbumbudubuuum, e magari al mattino, nel momento più delicato di tutta la giornata, quello dall’oro in bocca, quello in cui la parola è d’argento e il silenzio è d’oro, quello in cui l’unico pensiero è caffècaffècaffè, l’unico odore che vuoi sentire è quello del caffècaffècaffè… insomma, al mattino ero costretta a rimettere ordine, capire da dove fossero uscite quelle pentole, che ci facessero sul pavimento, e poi raccogliere l’acqua della ciotola versata a terra, i croccantini sparsi ovunque, a sentire il miagolio desideroso di coccole… ed io: aaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhh!!!!!!! sgrunt e arcisgrunt anch’io vorrei le coccole al mattino, ma non mi metto a miagolare fino allo sfinimento!!

Era stato così tutti i giorni. Ma ora nella casa nuova… niente animali!!!! Aaaa!

Ero sul mio lettuccio, guardavo il soffitto, meditavo sull’indomani, su quello che avrei fatto, quando ho sentito un … rumore… ma piccolo piccolo… provenire dal balcone. Poi vedevo un’ombra muoversi… avevo lasciato la veneziana alzata… Panicoooo!!! Noooo, ditemi che sto sognando, ditemi che non è vero!!!

Mi sono alzata, ho scostato la tenda… ed era lì, immobile, a fissarmi… un gatto enorme che sembrava una lince!!! Il gattone della vicina!!! Quello stesso gatto che era stato condannato al confino nel balcone della sua proprietaria durante un’assemblea condominiale, quel gatto era evaso! Sì, evaso! Quella sua amorevole proprietaria aveva creato un varco nella rete che l’amministratore di condominio le aveva fatto montare per circondare il balcone, proprio per permettergli di andare a spasso a sgranchirsi le zampe sul tetto. A quel gatto! Che mi fissava occupando uno spazio che era mio, il MIO balcone, lasciando peli e… bleah… i suoi escrementi NEL MIO BALCONE!!! IO LO AMMAZZO. Sì, era un’idea, avrei voluto strozzare quella stupida lince zozzona e selvatica travestita da amichevole gatto che nottetempo girava sul tetto e visitava tutti i balconi delle mansarde. Ed io che pensavo che avessero un che di romantico i gatti sui tetti di notte. Sgrunt!

E così il mattino seguente ho invitato la mia vicina a rispettare le regole condominiali. Lei ha accettato sebbene fosse sconvolta per il suo micetto buono, piccolo piccolo (PICCOLO???) picci picci devi stare qui in casa tesoro ma miaaaaooooo ci cicci frrrr ciciccì miiiiaaaaaooo (ssssssì, forse era meglio parlare direttamente con la belva).

Adesso, però, ogni volta che sono sul balcone, il gatto mi spia dal suo, mi fissa da dietro la rete, dalla sua prigione mi guarda in CAGNESCO!! Lo so, è assurdo che un gatto guardi in cagnesco, ma lui lo fa! Credetemi! E so anche che medita un nuovo progetto di evasione e questa volta, quando sarà libero, verrà per vendicarsi e mi ucciderà!


L’incantatrice notturna

Era così che faceva, aveva una strategia che seguiva fedelmente ogni volta che fosse necessario. Pochi testimoni a quell’ora della sera, forse solo la panchina vicino all’ex-tabaccheria alla periferia del paese avrebbe potuto smascherarla e invece non l’ha mai tradita.

Noi eravamo amiche, non amiche per la pelle, avevamo delle cose in comune: la scuola e i ragazzi che ci piacevano e per questo eravamo sempre in competizione. Forse più che dall’amicizia, eravamo legate dalla necessità di controllarci a vicenda, di sapere cosa stesse facendo l’altra in modo da restare sempre al passo ed essere pronte ad intervenire qualora l’una cominciasse a prevalere sull’altra. Noi eravamo amiche nell’immaginario collettivo, in fondo stavamo sempre insieme, eppure non avevamo voglia di confidarci, di confrontarci, di parlare col cuore in mano come fa chi mette del sentimento e della sincerità in un rapporto. Uscivamo insieme, giocavamo insieme, ma era un modo per studiarci e poi intervenire a gamba tesa nella vita dell’altra, preparare uno sgambetto sapendo quale fosse il momento giusto per farlo. Noi eravamo amiche nell’immaginario di noi stesse bambine, o almeno di me bambina, perché quando ero piccola non rimuginavo, non pensavo, ero impegnata a crescere e a imparare cose che mi sarebbero servite una volta adulta, ma non avevo tempo per pensare a quello che mi accadeva, a quello che sceglievo. Ero davvero io a scegliere? O erano le circostanze? Quando ero piccola – a differenza di adesso – sapevo scegliere i biscotti per la colazione, avevo le idee chiare sugli aspetti più pratici della vita (ora invece il supermercato mi mette a disagio con quegli scaffali pieni di scelta… e come faccio a scegliere… come faccio a sapere se quel biscotto è più o meno buono, a parità di calorie, rispetto a quello dell’altra marca, che costa meno ma è anche meno conosciuto di quell’altro che però in questi giorni è in offerta speciale 3 x 2, ma se poi non mi piace, anziché sopportare questa scelta per due pacchi, dovrò sopportarla per 3, e così via), ma non mi curavo della scelta degli amici, frequentavo i miei coetanei come capitava, seguendo solo il consiglio di evitare la cattive compagnie, ovvero le ragazze troppo svestite e disinibite e i ragazzi che fumavano e che passavano tutto il giorno in sala giochi. Così, una ragazza della mia età, di buona famiglia, brava a scuola, intelligente, diventava mia amica per esclusione, non per scelta.

Non ero io la più simpatica. Ero socievole, ma forse un po’ saccente, sicuramente troppo ironica, ma a qualcuno piaceva questo, chi sapeva reggere lo scambio di battute era sicuro di divertirsi molto con me, ero abile con le chiacchiere quando mi  mettevo d’impegno e quando sentivo che chi avevo di fronte era pronto per capirmi, gli regalavo la me più bella e quasi si stupivano che quel ruvido, modesto cofanetto di legno potesse contenere una tal luce.

Lei era apparantemente più estroversa, decisamente più carina, più magra, dal punto di vista estetico non potevo reggere il confronto, sapeva muoversi meglio, aveva un eloquio più misurato e meno spontaneo del mio, ma sapeva fare domande e ottenere risposte, cosa che io non facevo mai. Nessuno si stupiva che in un delicato cofanetto d’avorio fossero contenute femminili vanità e fragile grazia.

I nostri approcci con il sesso opposto erano diversi. Non agli antipodi, ma comunque differenti per stile, tempi. Entrambe desiderose di raggiungere l’obiettivo, io giocavo a carte scoperte, non perché sicura di me, ma perché poco abile al bluff, perché dopo aver passato l’intera giornata a pensare e a ipotizzare un dialogo col ragazzo che “amavo” (parola grossa per quei tempi e forse anche per questi), dopo essere stata davanti allo specchio dei miei sogni a fantasticare e a immaginarmi con la maschera imbattibile della femme fatale, il castello in aria si sgretolava immediatamente dall’emozione di uno sguardo appena incrociato durante una passeggiata per il corso o da dietro la rete del campo di calcetto. E così ritornavo ad essere la timida me, eppure così schietta, così ingenua, impacciata, goffa, orrenda con quei capelli crespi e spettinati e un modo di vestire assolutamente da maschiaccio. Lei riusciva sempre a risultare più desiderabile di me, sapeva creare il feeling giusto, riusciva a mettere in scena i suoi alter ego migliori, a nascondere il peggio (cosa che invece io buttavo subito in faccia a tutti come a voler dire: ecco, questi sono i miei difetti, ora se vuoi parliamo dei pregi. Ma in molti si arredenvamo prima che potessi passare alla seconda fase), non so quanto lo facesse con coscienza, volontariamente, perché questa consapevolezza in me è arrivata anni e anni dopo, prima era tutto naturale, c’era chi era naturalmente ingenuo, chi naturalmente codardo, chi naturalmente calcolatore, chi naturalmente spontaneo. Lei era sempre allegra, non rispondeva mai sgarbatamente sebbene qualche volta fosse decisamente acida, soprattutto quando, dal piedistallo della superbia, si autoproclamava la migliore in tutto. Io ero lunatica e, se ero nervosa, i miei “cinque minuti” travolgevano senza giusta causa chiunque osasse attraversare il mio pensiero e solo chi aveva pazienza ritrovava il mio sole dopo le nuvole.

Ci piacevano gli stessi ragazzi. Al solito, io riuscivo sempre a diventare una buona amica, preparavo il terreno, curavo il mio orticello giorno dopo giorno, in sua presenza, ovviamente, battuta dopo battuta credevo di giocarmela con lei ad armi pari, negli stessi tempi, nell’orario convenuto, quello in cui ci davamo appuntamento per una passeggiata in paese. Ma lei aveva un asso nella manica che io non conoscevo, un trucchetto che le permetteva di avvantaggiarsi sempre, rispetto a me, nella cura dell’orticello e del broccolo di turno. Quando arrivava l’ora di rincasare, la salutavo nel punto esatto in cui ci eravamo date appuntamento, sicura che la battaglia per la conquista del broccolo terminasse lì e che la guerra fosse tutta ancora da giocare. Ma, mentre io tornavo a casa ripercorrendo passo dopo passo la serata e sognando già cosa poteva succedere l’indomani, pensando di chiederle se le andava di andare a fare il tifo alla partita di basket dove giocava il nostro principe azzurro del momento, lei metteva in atto il suo piano segreto. Di nascosto da me, riusciva ad ottenere un incontro “in seconda serata”, quindi senza che io fossi presente. Lì, su quella panchina di fronte all’ex tabaccheria, lei sapeva creare quella magica complicità, una giocosità innocente eppure sensuale perché misteriosa, stipulava l’accordo che quell’incontro sarebbe rimasto sempre segreto e lo rinnovava ogni sera, bruciandomi così tutte le carte, tutte le speranze. La sua strategia era infallibile ed invincibile più che le nostre bellezze e i nostri caratteri a confronto. Era quella la sua arma vincente: incantava la preda, rendendola complice di un segreto, partecipe di un qualcosa che era solo loro, nell’ora tarda della sera, quando non c’era più nessuno che potesse disturbare o distrarli. Erano soli e concentrati sui loro sguardi, sui loro gesti. E così, sera dopo sera, creava l’aspettativa che quell’incontro segreto si ripetesse ancora, che quell’atmosfera intima li avvolgesse ancora e li avvicinasse.

Ed è così che lei restava sempre imbattuta. Io la perdente. Ignara dell’astuzia messa in atto dall’amica rivale, vedevo i ragazzi improvvisamente tagliarmi fuori, improvvisamente scegliere lei. Ero piccola, soffrivo sì, ma poco, più che altro perché non capivo, mi vedevo brutta e credevo che fosse solo questo il motivo della mia sconfitta. Ma era una ferita che rimarginava subito, il giorno dopo avevo già occhi per un altro. Lei era piccola, si innamorava per gioco, il successo le dava sicurezza e diventava sempre più ambita, ma era un’estate che passava presto, il giorno dopo avermi soffiato un ragazzo, aveva già occhi per un altro. E così ogni storia si ripeteva col solito incanto notturno e finiva sempre nel solito modo.

Poi è arrivato il tempo delle scelte consapevoli. E la vita scelta ci ha portato su strade diverse. L’inconsapevole guerra è finita, la distanza ha siglato l’armistizio.

Precipitazione annunciata

Ieri guardavo la neve che cadeva, mentre ero in macchina. Cadeva. Preannunciata. E l’auto era pronta (non per merito mio) e in condizioni di essere usata sulla neve.

La neve cadeva, il vento la spingeva sulla strada, l’auto ci scriveva sopra le sue impronte con grafia pulita e sicura, svolgeva il suo compito senza mai andare fuori traccia.

Non come me. Che – è risaputo – sono una pasticciona… già… io non mi preparo mai alle precipitazioni annunciate, quelle facili da prevedere, quelle che – diamine – le mappe del tempo te le mostrano chiare. Non mi preparo perché non so se c’è un modo per farlo né saprei come fare. O forse, se cercassi di prepararmi, l’ansia da prestazione mi divorerebbe l’unico neurone sopravvissuto allo stress e il risultato sarebbe comunque un’incapacità d’azione. Volevo scrivere anche io un compito, o meglio una lettera, chi lo sa… ma anche là sarei andata fuori traccia, forse non avrei saputo neanche cosa scrivere. La debolezza del non saper cosa e come dire e di non saper affrontare la debolezza altrui (quando sai che il destinatario della tua lettera non capirebbe, anche lui reso a sua volta insicuro dalla sua ansia) ha vinto. Ma in fondo chi lo sa se prepararmi sarebbe servito a qualcosa. In fondo ci sono eventi che non si possono modificare… così scelgo di non prepararmi e di subirne le conseguenze, di prendere la cosa così come viene.

La precipitazione annunciata è arrivata e tale e tanta è stata la paura che non ho saputo affrontarla, non ho voluto rischiare. Sono rimasta a guardare, al sicuro. Già, perché forse a differenza dell’automobile che sfida le intemperie contando su un buon motore e gli pneumatici da neve, forse io non sono una macchina e mi concedo, qualche volta, un po’ di “sana” paura, madre di vigliaccheria.

L’asino a due piani

Brutta giornata. No, non brutta. Pessima. Pessimerrima. Neanche la passeggiata in centro e lo shopping (nemmeno ben riuscito – a dire il vero – data la nota pochezza di mezzi di chi studente non è più ma il mondo del lavoro ancora lo rifiuta) erano riusciti a placare i nervi. Già, proprio una brutta giornata.

E poi, mezz’ora in piedi, sotto la pioggia, ad aspettare l’autobus alla fermata di fronte alla pasticceria siciliana, la patria delle leccornie più golose che abbia mai mangiato… mi sentivo come in un girone dell’inferno, condannata a patire le intemperie dell’inverno e a schivare le onde anomale sollevate dagli pneumatici in corsa su quella striscia di asfalto che mi separava dal paradiso perduto, quella pasticceria… che guardavo, spiavo, dal bavero alzato del cappotto, sotto l’ombrello aperto.

“Ti prego, arriva presto”.

Invocavo l’arrivo dell’autobus, per scampare alla pioggia, per non dover morire annegata dalla mia stessa acquolina in bocca…

L’autobus – incredibile!!! – arriva.

Zuppa come poche altre volte, salgo su quella scatola di sardine su quattro ruote, mi rifiuto ti obliterare il biglietto (anche perché avrei dovuto camminare sulle teste delle altre sardine, lanciare un urlo alla Tarzan, usare le sciarpe della gente come liane, farmi mordere da un ragno con un veleno speciale sperando che integri il suo DNA con il mio in modo da diventare una Spiderwoman, sparare le mie ragnatele sul tetto del veicolo e raggiungere – stremata – la macchinetta che avrebbe timbrato il mio biglietto. Certo… nel frattempo che si svolgevano tutti questi film, sarei già arrivata a casa…)… dicevo?… dunque, non timbro il biglietto, indosso gli auricolari per sentire la mia musica preferita. La musica, la musica mi rilasserà e salverà questa giornata.

E invece no. Il lettore mp3 non funziona. Mi ha salutato… Avrà deciso di fermarsi alla pasticceria siciliana. Beato lui.

Dunque sarò costretta a sentire le chiacchiere delle altre sardine, stipate come me su quell’autobus. Ma… non c’era l’espressione: “muto come un pesce”? E perché ste sardine qua stanno sempre a chiacchiera’?

Mentre un’anziana signora tenta di abbordare una giovane ucraina e di convincerla a farle da badante promettendole di trattarla con rispetto (…ma… dico io… rispetto… ma… a me pare scontato! ci manca solo che si senta autorizzata a trattarla come schiava… vabbé), dal fondo dell’autobus comincia a levarsi la voce di uno straniero con vago accento napoletano che urla: “Capita’, famm’ scenn’!”, una, due, tre, quattro volte, urla :”Capita’, fammi scendere!”.

Siamo lontani dalla fermata, c’è traffico, il semaforo è rosso, ma quest’uomo dalla nazionalità non identificata (un UFO?) continua a urlare che vuole scendere, fregandosene altamente e – ovviamente – non renendosi affatto conto di essere uno (scusate, ma quanno ce vo’, ce co’) scassamaroni tale che i timpani di noi passeggeri invocavano l’eutanasia!!!

Ancora urla all’autista, con tutta la voce che ha: “Capita’, famm scenn!”.

Si alza allora un’altra voce maschile, ferma, sicura, ironica, che non tradisce rabbia, forse un po’ di esasperazione:

“Capitano! Apri ‘ste porte, ché qua c’è uno che ha fretta d’anna’ ar manicomio!”.

Le porte si aprono e lo scassamaroni urlante scende.

Ma la sorte restituisce sempre ciò che toglie……….

Sale infatti una nonnina veramente dolciiiissssssssssssssssima, che resta in piedi, vicino al conducente e comincia a stressarlo: “Io mi metto qua, eh, non mi dica niente, ma io la devo controllare, che io sono anziana, ma ci tengo alla pelle, voi guidate come dei pazzi… ecco, vede? Lei anziché tenere il volante con due mani, sta sempre col cellulare in mano!!! Ma mentre lavora non si deve distrarre ché lei ha la responsabilità di tutte queste persone, e poi… cosa? Cosa vedono i miei occhi!!! Il giornale!!! Lei ha il giornale sulle gambe!!! Ma che fa? Legge il giornale  mentre guida? Ah, lei mentre guida legge? Parla al telefono, manda i messaggi?? Lei è un pazzo che non sa quello che ci fa rischiare e io mi rifiuto di farmi trasportare da gente così!!”

“Signora, allora scenda e prenda il prossimo”, le risponde stanco l’autista.

“Scendere? L’ho aspettato per un’ora e adesso lei mi fa la cortesia di guidare come deve guidare!”.

Neanche a farlo apposta, un motorino taglia la strada alla nostra scatola di latta, l’autista frena bruscamente, e tutte noi sardine scivoliamo in avanti.

La nonna sardina comincia a urlare: “Ha visto? Ha visto? Lei si distrae e poi…”

“Signora, non ho colpa, o frenavo o lo mettevo sotto a quell’imbecille”.

La signora fraintende, non capisce che “imbecille” è riferito al ragazzo sul motorino… “Imbecille? Imbecille a me???? Allora sa che le dico????? Che lei è un asino!!! Lei è un ASINO A DUE PIANI!!!!”

La dama, il cavaliere e l’ascensore

E così, dopo una lunga giornata di lavoro, si tolgono i panni della fatica, si depongono gli arnesi (vedi: camice e fonendoscopio) e si ritorna “in borghese” in mezzo a tanta altra gente, lì, in “anonimato”, nei corridoi dell’ospedale. Si pigia il tasto in direzione “su” e si attende l’ascensore. Mentre si è assorti nei propri pensieri, mentre già si pregusta un bagno caldo o, più spesso, l’emozione di un gustoso panino che si lascia masticare senza che la ciccia opponga resistenza, ecco che qualcuno turba l’atmosfera di pre-relax e di attesa.

“Signorina”

“Dice a me?”

“Sì”

“Dica”

“Sta perdendo un foglietto dalla tasca”

In tutta serenità, sapendo di aver messo il biglietto dell’autobus nella tasca posteriore dei jeans, ringrazio il gentiluomo per aver evitato che lo perdessi.

Per me la vicenda è chiusa, il biglietto è in salvo e candidamente aspetto l’ascensore, sempre immersa nella poesia dei miei pensieri che già sognano una meta neanche troppo lontana ma purché mi dia ristoro… quand’ecco che il tanto gentile e gentilissimo gentiluomo riprende la conversazione.

“Beh, sa, signorina, è stata fortunata”.

Non capendo verso quale orizzonte viaggi quel discorso, lo ringrazio di nuovo abbozzando un sorriso che si incammina verso il nervoso andante.

“Beh, sa, signorina… è stata fortunata, anzi è fortunata che, volendo o nolendo, l’occhio dell’uomo cade sempre là… altrimenti del biglietto non me ne sarei mai accorto”.

Eeeh????

Improvvisamente passo dal sorriso alle sopracciglia aggrottate e se fossi un manga giapponese, la nuvoletta disegnata sulla mia testa riporterebbe i seguenti caratteri: !!!%* >( | ++ ** %& @@@>( >( @@(§>>!!! gggggrrrrrrrrr %& ! ” = ?^ ** <<%+++****§§@&$£%!!!!!!!!

Ma siccome sono una signora, quando  arriva l’ascensore, faccio cenno al cortese idiota di salire prima di me e, mentre lui mi guarda con aria ebete e convinto di avermi detto qualcosa che può in qualche modo interessarmi e spingermi a continuare la piacevolissimachiacchierata (o! dopotutto lui si sentiva quasi un eroe per aver salvato il mio biglietto!!), io rimango all’esterno, sul pianerottolo… e mentre le porte dell’ascensore si chiudono, annullando per sempre la presenza di quel tristo figuro dalla mia vita, il cuore mi muove al gesto spontaneo e naturale di alzare lentamente il braccio sinistro per accompagnare l’espressione molto raffinata che mi si è dipinta sul volto e che dice: a’ poveraccio, ma co ‘st’ascensore… ma vedi d’anna’ a f…

Tra gentildonne e gentiluomini ci si capisce.

Breve storia di una convivenza

Ciao!

Ciao. Ma tu hai la macchina?

La macchina? No, non ce l’ho.

Come nooooo?

embé? ma che vuole questa, ci conosciamo da cinque minuti…

Ma se non hai la macchina come facciamo?

Facciamo cosa? Ma chi ti conosce?

Allora dico a mio padre che entro un mese mi deve comprare la macchina! (ecco, manco due ore che è a Roma e già è isterica… ma chi me l’ha mannata questa!!!) Io come faccio? io ho bisogno!! io non posso vivere senza la macchina e la mia indipendenza (vabbé…), ma capisci che tragggedia? (no, onestamente non capisco, me la sono cavata benissimo senza la macchina). No, guarda non puoi capire (e infatti proprio questo pensavo), io non posso, proprio non posso vivere senza la discoteca!!! (Bene, quale presentazione migliore e più sintetica di questa?)

Va bene, ma sei appena arrivata! Come ti trovi nella stanza nuova? Come va?

Eh, come va… bene, ma che sono stanca!!

E perché?

E perché… cioé… ho visto l’orario delle lezioni… ma che sono pazzi qua! cioé… tutte quelle ore di matematica… cioè ma sono pazzi!

Ma che orari hai?

Tutti i giorni pieni!

La mia espressione è “un po’ così”, come dire: A’ Cosa!? Sei all’università, mica a Gardaland? E allora continua spiegandomi i suoi GRAAAAAAAANDI impegni.

Cioé! Che sono pazzi! (aridaje) Allora, il lunedì e il venerdì solo non ho mai lezione! (e ti lamenti pure? my god…) poi sempre! capisci? fino alle sette la sera!!!

Mah, sentendo la mia coinquilina preda delle lamentazioni di Geremia mi stavo quasi commuovendo, ma essendoci passata per l’università (ed anche restata per un po’, la stessa che ho frequentato io, con la differenza che il suo piano di studi, essendosi iscritta a un corso di laurea triennale, è leggermente meno… intenso… del mio. Ma, no problem per me, sono scelte) mi sono autoconcessa il beneficio del dubbio. Dunque la Lamentosa si alza con calma alle 10. Entra in bagno e ne esce circa 2 ore e mezza dopo (uguale a come è entrata, con la differenza che il bagno di un autrogrill è più ordinato e pulito, mentre il nostro non è più praticabile… ma “che sono troppo stanca… e dopo metto in ordine” e quel “dopo” configura un futuro indeterminato e per evitare l’esplosione di un viscere cavo situato nel basso ventre e fare plin-plin devo prima un attimino pulire, ché anche una scimmia non ammaestrata si rifiuterebbe di entrare in quel bagno). Va in cucina, blatera che non sa fare il caffé senza il dosa-caffé (no? è INDISPENSABILE per fare il caffé, e pensare che io – che idiota – lo faccio da anni solo servendomi di moka, acqua, un cucchiaino e il caffé macinato) e spera, guardandomi e sbattendo le ciglia (a’ bella!!!) che glielo prepari io (che però non ho mai avuto intenzione di gestire un bar, quindi… ciccia!). Così a mezzogiorno e mezza è ancora indecisa sulla colazione. Si prepara un po’ di latte, biscotti e nutella, poi ritorna in bagno per un’altra mezz’ora, nel frattempo mette su musica a tutto volume che fa concorrenza alle migliori discoteche del continente, poi ritorna in cucina e prepara il pranzo (prepara… brucia pentole e sofficini… inutili le mie spiegazioni sulla preparazione… ma d’altronde come può sentirmi in mezzo al casino del tum-tum-tum della discoteca in casa?). Ovviamente è sempre attaccata al cellulare, ci urla dentro, forse non sa che le cornette sono state inventate apposta perché se devi parlare con una persona che sta a diversi chilometri da te non devi consumarti le corde vocali né causare sordità in chi ha la sfortuna di condividere con te l’appartamento. Mangia, si lamenta, si chiede come mai ha sempre mal di gola (e pensando alle sue conversazioni telefoniche io una spiegazione ce l’ho e mi vien da ridere a crepapelle), è stanca, ha fatto troppo quella mattina, poi ritorna in bagno e ci sta fino alle 15.30 circa, ora in cui esce per andare all’università. Che bello, penso, ora avrò un po’ di pace fino alle 19! No? Non aveva detto che le lezioni duravano tanto e la stremavano?

Ma de che? Alle 17.30 è già a casa. Urla come una pazza isterica che è in ritardo, perché deve uscire, deve andare in un locale, ma lei non è mai uscita di casa senza le ascelle depilate (e vabbé, ma a me che me frega, c’è bisogno che lo urli come se stesse per cascare il mondo?), che non sa che scarpe mettere, che non ha nulla di nero adatto alla serata, che la minigonna non è abbastanza mini, che quella maglietta è scollata ma non troppo, che altrimenti poi le amiche non la invidiano per la scollatura, che tanto la invidieranno comunque perché tutti ci provano con lei, ma lei cerca l’amore della sua vita, cerca la persona giusta, però ieri ha incontrato un tizio a una festa, era ubriaco e dopo aver vomitato insieme (che schifezza… l’amore ai tempi del conato…) lui l’ha baciata (bleahhhhh) e allora lei ora si chiede se questo è amore o una botta e via (eh? ma questa cosa si commenta da sola, scusate), intanto è in ritardo, lei è sempre in ritardo! Ma non è colpa sua, è colpa delle amiche che le hanno comunicato della serata solo alle 17.30 e l’appuntamento è (udite udite) alle 20.30!  Per tre ore tre, ho assistito a una scena come poche, se avessi avuto un fucile le avrei sparato per non farla soffrire più!

Finalmente esce. Ovviamente torna al mattino, ubriaca, persa, inutile essere disturbatrice del mio sonno!!! Sgrunt!!!

La mattina ride, pare contenta, ma è stanca, poverina (invece io no, che stupida, che stavo in casa a studiare come una matta e a fare le ore piccole sulla tesi…), intanto il pavimento è disseminato della qualsiasi, anche gomme da masticare sparse dappertutto. Si lamenta, si lamenta anche che non l’ascolto (e ma vedi di andartene al diavolo, che sono presa da studio e lavoro, e devo trattenermi dallo sbranarti altro che ascoltarti…), sporca, brucia i sofficini e la pentola, si fuma il pacchetto di sigarette in una mattina, mette la musica a palla, mangia, si trucca e si stucca (19 anni hai, ma che stucchi piccola idiota? Tre dita di intonaco e ancora puzzi di latte!), mi parla da donna vissuta cercando di insegnarmi a vivere e intanto lascia accesa la piastra per i capelli poggiata su un supporto in plastica che ovviamente si squaglia rilasciando fumi tossici, poi dimentica il gas aperto, poi usa la lavatrice (comune, vorrei precisare) come cestino per i suoi panni (e non li lava, e non li lava!!) poi litiga con le scarpe, poi finalmente esce e… la serata si chiude sempre al solito modo.

In questi due mesi ho lavorato sodo, non ho le energie per comprendere, non ho la voglia di “aiutare” chi non vedeva l’ora di venire a Roma per fare i propri comodi tanto paga Pantalone (e paga caro, ché in un mese e mezzo già le hanno bloccato ben due carte per aver sforato la soglia massima di spesa mensile… ma dopotutto se una non si accontenta del televisore specie “comune”, ma assolutamente non può vivere senza il televisore al plasma… parole sue… e infatti l’ha acquistato veramente), ma in fondo non ho neanche la forza e la volontà di emettere sentenze sulla vita altrui, ché ancora devo capire la mia. Non ho la presunzione di insegnare agli altri come si vive, che devo ancora impararlo io.

Ma solo una è la cosa che mi interessa. Una è la cosa che mi consola e che mi fa bene, ma tanto bene alla mente e al cuore.

TRA POCHI GIORNI TRASLOCO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!


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