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terra

Svégliati al tramonto

per godere della notte.

Occhi che brillano nel buio

ci invitano a danzare

a piedi nudi

sulla terra brulla.

E tra le dita

non sento più calli

ma, leggera, calpesto

l’umida zolla.

Svégliati a notte fonda

e semina gioia al tuo passaggio.

Le stelle veglieranno

sulle nostre case.

Ma noi torniamo alla terra

che, materna,

ci accoglie.

Svégliati quando tutti dormono

e nessuno può disturbare

il tuo girotondo,

i tuoi giochi

su una giostra di profumi e ricordi.

Non senti il richiamo della terra?

Non senti con quanto amore

ti invita a posare i tuoi piedi nudi

sulle sue pietre, sulle sue spighe,

sopra i suoi campi?

(osolemia, 19 agosto 2001)

L’acqua nel pozzo

Ho sognato di scendere in un pozzo per scoprire se dentro ci fosse ancora dell’acqua. Acqua per nuotare. Acqua per bere. Acqua per lavare. Lavare le paure e le angosce, lavare gli incubi del quotidiano. Avevo un paio di pantaloni chiari e nuovi, quelli nuovi dei giorni di festa. Ma se avessi trovato l’acqua, lì in fondo al pozzo, non avrei dovuto più preoccuparmi di fare attenzione a non sporcarli, li avrei potuto lavare lì, spazzolarli, togliere il fango dai bordi, prima di tornare a casa. Prima di tornare a casa potevo giocare e nuotare. Ho sognato di nuotare con i pensieri in una realtà diversa, forse nel mondo ideale, l’ideale mondo dei bambini, quello sacro dove i grandi non devono entrare. Perché i grandi non sanno giocare, perché a volte i grandi non fanno giocare.

Ho sognato di essere felice, la felicità era l’acqua in fondo al pozzo. Un tuffo sarebbe bastato per rifugiarmi là, cioè in un posto vicino, alla mia portata, eppure sufficientemente lontano. Lontano da un mondo che non avevo scelto, da un mondo che forse non capiva i miei pensieri. In fondo al pozzo cercavo l’acqua, l’acqua che mi avrebbe restituito i pensieri puliti. Puliti, limpidi e leggeri, quelli che sanno salire in alto e poi scivolare giù dagli arcobaleni per raggiungere la fortuna o il tesoro che si trova alla fine di essi. Sognavo di giocare, sognavo di nascondermi per avere uno spazio mio, uno spazio segreto tutto mio. Un rifugio mio. Di me, ancora bambino.

Ma poi il sogno si è tinto dei colori scuri dell’incubo. Il buio del pozzo mi ha messo paura e non mi è sembrato meno buio della realtà. Il buio del pozzo mi ha inghiottito e non mi ha più sputato fuori. E allora l’incubo è diventato reale. E la realtà è più cupa e violenta dell’immaginazione. La fantasia ha un limite che ci protegge dall’orrore a cui, invece, spesso arriva la fatalità. Il fato e il destino tracciano percorsi, per qualcuno il percorso è tortuoso ancor prima di nascere, per altri non sarà tortuoso mai. Il mio era tortuoso. E lungo il mio percorso ho sognato l’acqua, il pozzo, gli arcobaleni, la felicità, il gioco, le coccole,la fortuna, il tesoro. Ma una volta nel pozzo le possibilità di sognare sono finite nel collo di un imbuto che si è fatto sempre più stretto. Sempre più stretto.

Ora i grandi vengono al pozzo. Cercano di riempirlo con l’acqua salata delle loro lacrime, per farmi nuotare, per farmi di nuovo giocare. Ma il mio corpo ormai non è che un corpo. I sogni come gli incubi ormai si sono spenti. Ormai si è spenta la possibilità di cercare l’acqua nel pozzo. E poi io non cercavo acqua salata. Io cercavo acqua dolce, quella dei pozzi. Quella che sa di felicità e non di scuse. Ora i grandi portano i fiori, ma i colori che sognavo erano quelli dell’arcobaleno, non quelli dei fiori. L’arcobaleno da cui scivolare in un posto migliore, almeno un posto migliore, se mondo migliore non c’è. Ora i grandi chiedono scusa. Ma il mio corpo ormai non è che un corpo, è solo corpo e non può più perdonare.


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