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Quelli che… discendono dalle volpi

Discendiamo dalle scimmie. Dicono. Io di sicuro, scapigliata, un po’ goffa… e poi mi gratto sempre la testa (escludo pediculosi o dermopatie varie) mentre leggo, mentre guardo la tv, alla maniera di Stanlio. Rido per sdrammatizzare di vicende mie e altrui (ma ogni pazienza ha il suo limite).

Ma c’è qualcuno che crede di discendere dalla volpe, pur dimostrando continuamente di discendere dalla capra.

“Ciao – rivolgendomi ad un collega – volevo comunicarti che sono disponibile a sostiturti dal 18 al 23”.

Risposta: Ah, PERFETTO (addirittura PERFETTO!!!), ALLORA MI SOSTITUISCI IL 17 E IL 24? … E fin qui siamo ancora sul “soft”!

Ma passiamo ad un esempio “hard”: la fatidica odiata domanda da non porre mai ad una donna: “Ma sei ingrassata? E come mai? Prima eri più bella!”  (ao’ grazie, sei n’amico…) Risposta (mia): “Non vorrei risultarti antipatica (e invece sì, brutto Mr. Capron De Vulpis che non sei altro), ma se pesi almeno 40 kg più di me e sei alto un metro e mezzo sotto il cielo, forse puoi spiegarmi tu COME MAI si ingrassa e COME MAI il solo movimento masticatorio non è sufficiente a smaltire i grassi in eccesso!”. E avrei voluto aggiungere: …Infatti tu sei un GRASSO in eccesso, ma neanche il movimento masticatorio di un leone affamato riuscirebbe a toglierti di mezzo in poco tempo.

N.B.: Questo post non è contro le persone in sovrappeso in genere (per carità!), ma contro i Mr. Capron De Vulpis che incontriamo quotidianamente e in ogni dove.

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L’apparenza inganna due volte (divagare sull’ordine e sulla precarietà ovvero la madre dei professionisti del disordine ed anche la migliore scusa a tutti i vari guai del quotidiano)

Soldi dappertutto (vabbè… soldi, magari! … solo  monetine, ecco… che poi sempre soldi sono).

Monetine dappertutto (ché poi, forse, se le contassi, sarebbero pure un gruzzoletto).

Monetine sul comodino, sul ripiano della cassettiera, sullo specchio in bagno, sulla base della tv, sulla lavatrice, sul tavolo, sul mobiletto in cucina, qualche centesimo dietro la sveglia e qualcuno sotto il cappello nero, sotto la borsa da lavoro, tra la bigiotteria, dietro la bottiglietta del profumo, dieci centesimi tra la spina che uso come adattatore per il phon e il flaconcino di soluzione disinfettante, addirittura nel beautycase, sotto l’ultimo libro di Saramago, accanto al block notes colorato, un centesimo sul rovescio del ricettario. Nelle scarpe per fortuna non ce n’è, dico per fortuna perché già c’ho un callo! Non voglio contare quelle sparse nelle varie borse, ho troppe borse, vecchie e nuove, e molte con il fondo rotto.  Il portamonete ce l’ho, ma è un po’ scassato anche quello e quindi piuttosto funge da seminatore di monete ovunque.

L’altro giorno il tassista che mi portava al lavoro guidando come un matto, incalzato da me e da chi si era ricordato della mia reperibilità appena mezz’ora prima dell’inizio del turno di guardia in una postazione dall’altro capo della città, mi ha detto che do l’idea di essere una persona seria e ordinata. Della serietà non voglio parlare, non so se la conosco abbastanza e quindi per non rischiare di essere smentita preferisco non rilasciare dichiarazioni, ma per quanto riguarda l’ordine basterebbe una foto ad incriminarmi. Ci sono tracce dell’omicidio dell’ordine sparse dovunque per tutta la casa! Niente è al suo posto, appunto, giusto il Niente è al suo posto, perché tutto ciò che ha consistenza e materialità nella mia casa ha il diritto di stare dove capita e dove gli pare. Così è, un po’ per pigrizia, un po’ perché da un po’ di tempo mi sento precaria e provvisoria dovunque vada e quindi non mi do la pena di riordinare… magari domani già devo scappare a cogliere una migliore opportunità altrove, magari tra due giorni devo buttare tutto di corsa negli scatoloni e cambiare aria, ci sarà tempo di mettere ordine quando arriverò nell’altrove definitivo che aspetto (o se non definitivo, almeno per un tempo superiore all’anno). L’ordine mi dà l’idea della fissità, della stabilità, come i “ninnoli”, come le collezioni di bomboniere ed altri soprammobili allineati che rimangono per anni e anni nello stesso posto e nessuno li tocca, come in quelle case abitate ma forse ormai poco vissute… e già… mi ricordo il tavolo del soggiorno della casa dei miei quando vi abitava un cucciolo d’uomo che seminava i suoi giocattoli ovunque appropriandosi di ogni spazio e rendendolo per questo utile e funzionale. Ora quel tavolo ordinato, lucente e pulito è buono per un’esposizione d’arredamento. Sarà pure ordinato. Ma è triste. E serve a reggere un vaso. Molto meno all’aggregazione familiare. Sarà pure ordinato, ma se ci penso mi viene ‘na tristesssss….

Comunque al tassista avrei voluto rispondere che l’apparenza inganna. Ma in fondo perché screditare, scardinare e mettere in dubbio la buona impressione che do? Chi me lo fa fare?!? Però, certo, l’apparenza inganna e, nel mio caso, inganna due volte. Per l’ordine esterno e per l’ordine interno. Perché se le monetine sparse per casa potrei anche riuscire a raccoglierle e a contarle armandomi solo di buona volontà, non riuscirei mai a ripetere l’impresa se dovessi rimettere a posto i pensieri sparsi per la testa. Una scatola cranica contiene milioni di pensieri, miliardi di pensieri che viaggiano, talvolta senza autorizzazione, senza patente!  Ad alcuni di loro la patente è stata ufficialmente ritirata eppure ancora sono in circolazione! I pensieri. Si incrociano, si scontrano. Metto un semaforo?  Se ne farebbero beffa. Se vogliono, loro si impongono, a volte antipatici, potenti e inquinanti come i Suv che invadono due posti nel parcheggio.  Per non parlare poi dei cocci di pensieri. Cocci che sfuggono, schizzano, carambolati in tante direnzioni. Come il mercurio che si sparpagliava dovunque quando il termometro si frantumava. Ed anche in questo caso è difficile mettere ordine. Perché i pensieri ed i loro cocci sono anch’essi frutto della precarietà, figli di questa strana sensazione di non sapere mai il come, né il dove, né quando. E questa brutta sensazione è così dannatamente fertile.

Freni

Macina binari

un treno di pensieri

ormai in ritardo per la coincidenza

con un carico di emozioni

che non raggiungeranno il cuore.

Stop di un semaforo

rosso fino all’ultima stazione

tira il freno ai desideri

agli impulsi a rischio di deragliamento.

Una voce passa,

rassicura i viaggiatori,

ma il tempo ci sorpassa in curva

e quel che resta è polvere

e

alla fine

quel che frena

è ruggine.

Autunno

Ascolto finalmente il tuo invito

– di pioggia e di vento –

a ballare come fan le foglie.

Così m’accogli

– su un tappeto d’ambra e d’oro –

alla prossima festa,

alla prossima neve che

bianco

preparerà il letto nuziale

come dolce sacrificio d’amore

per altre vite che verranno.

(OSoleMia, novembre 2003)

Compagni di viaggio

DRIIIIN – DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! Che c’è? … CHE? EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!! NOOOOO, non mi dire così!”

Avevo appena mandato un messaggio a un’amica per dire che questo viaggio, a differenza del precedente, procedeva tranquillamente, quando l’autista riceve una telefonata da un responsabile della ditta di trasporti e il pullman si ferma in una piazzola di sosta.

“No, ma non è possibile! Ma scusa, ma abbiamo contato due volte!!”.

“Che succede?”
“Qualcuno è rimasto appiedato all’autogrill”.

Il secondo autista ci ri-conta come pecorelle e si accorge, in effetti, che i conti non tornano. Quando eravano in partenza dall’autogrill un ragazzo è sceso e risalito ed è stato contato due volte.

DRIIIIIN – DRIIIIIN – DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNN
“Pronto! E che ti devo dire… ma abbiamo avvisato con il microfono che la sosta durava 15 minuti… siamo stati lì 25 minuti, insomma… Che casino!!! …Lì, in quell’autogrill c’è il pullman della ditta R*****, fanno la nostra strada, quelli sono amici nostri, se la ragazza spiega la situazione, prende un passaggio e l’aspettiamo alla piazzola!”.

Noi passeggeri siamo senza parole, divisi, perché da un lato ciascuno di noi ha degli impegni a cui non vuol mancare, dall’altro lato ci mettiamo nei panni della persona rimasta là. Tuttavia questa persona pare si rifiuti (o si vergogni) di chiedere il “passaggio” all’autobus R***** che quindi riparte senza lei a bordo.

DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! AH… ma perché non è salita su quel pullman? E mica le ho detto di fare l’autostop? E va bene, va bene, ora chiedo ai signori se sono d’accordo… Signori, ci sono problemi se torniamo indietro? Vi avverto che ci vorrà un’ora per tornare all’autogrill perché la prossima uscita è distante e la strada non è agevole”.

Noi passeggeri siamo confusi, fortunatamente (per la ragazza all’autogrill) nessuno ha coincidenze da prendere al volo, il ritardo può essere tollerato e così si acconsente al recupero di Alice nel paese delle meraviglie.

Durante il viaggio di salvataggio un signore comincia a fare delle considerazioni (con molta calma e pazienza) sul fatto che questo non è l’autobus della gita scolastica ma un mezzo pubblico al pari di un treno (dove nessuno si incarica di contare i passeggeri e assicurarsi che siano tutti a bordo). E se scendi a una stazione, ti perdi in chiacchiere e il treno riparte sono cavoli tuoi, non certo torna indietro a prenderti.

Arriviamo all’autogrill, la ragazza sale sull’autobus, dice che le dispiace. L’autista le biascica dietro un “Va bene, va bene, pensiamo alla salute”, poi riceve una telefonata da parte della mamma della ragazza che lo ringrazia accoratamente. “Signora, non mi deve ringraziare. Deve ringraziare il fatto che i signori viaggiatori hanno acconsentito a tornare indietro! Noi siamo responsabili di tutti, non solo di sua figlia, e se solo uno di loro mi avesse detto che aveva un aereo da prendere non avremmo potuto invertire la rotta e sua figlia sarebbe rimasta lì ad attendere per quattro ore l’arrivo della corsa successiva”.

Terminata la conversazione con la madre, l’autista si rivolge alla ragazza: “Su, vai a sederti al tuo posto… A proposito… Ma dove sei seduta?”. La ragazza indica il posto. “Ah… ma sei da sola o c’è qualcuno accanto a te?”. “C’è quella ragazza!”. Ci giriamo tutti per vedere in faccia chi, per distrazione e/o per egoismo, non ha pensato di avvertire gli autisti che la persona che era seduta accanto a lei non era presente al momento di ripartire dall’autogrill. Ci saremmo evitati il ritardo e lei una pessima figura.

MORALI DELLA FAVOLA:

1) Anche se i nostri compagni di viaggio non ci piacciono sono sempre persone. E noi siamo persone. E basta un po’ d’attenzione. E se magari siamo tentati di liberarci al più presto di loro, evitiamo di lasciarli all’autogrill perché poi, oltre alla salute psichica, perdiamo anche tempo. Tanto prima o poi il viaggio finisce! E ognuno per la sua strada.

2) Ci vuole fortuna a trovare il compagno di viaggio, nel viaggio breve e nel viaggio di una vita (oppure rischi che ti lascino a piedi!!!). Il viaggio è una metafora della vita. Per questo VIAGGIANDO SI IMPARA!

Per caso, dopo aver scritto il post (infatti questa è una modifica “a posteriori”) sono andata a leggere – per gioco – il mio oroscopo… insomma… c’ho ragione, ci ho!!!  Ecco cosa dice:

Un poeta mio amico aveva un piano per scrivere un libro in tempi record. Ha comprato un biglietto di andata e ritorno sul pullman che va da Oakland, in California, a New York. Era convinto che viaggiare per nove giorni percorrendo diecimila chilometri, mangiare panini comprati nei distributori automatici e dormire seduto in mezzo agli estranei l’avrebbe aiutato a scrivere un poema epico. L’esperimento ha funzionato: il suo libro è spiritoso e sconvolgente. Ti consiglio di svolgere un compito simile, Sagittario. Sfrutta la magia di una scadenza precisa per creare qualcosa di bello e durevole.

Ma io…

“Ma io non mi son chiesta mai perché e nemmeno mai l’ho chiesto a Dio. Che colpa ne ha se le mie cellule sono impazzite d’improvviso e lentamente divorano un corpo, il mio, beh, non ancora stanco di esistere?

Ma io non piango, né mi dispero. Io vi aiuto, dottori, e vi rispetto per le cure, per lo studio, per la pazienza che mi dedicate. Forse ora non sarei qui senza di voi. Vedo i vostri volti farsi scuri nel propormi l’asprezza della terapia, l’ultima speranza. Ma io non mi dispero, né piango. Di cosa dovrei piangere? Ah, la mia vita è stata bella, a volte difficile, e intensa. Bocconi amari ne ho mangiati, ma poi sono arrivate sempre in premio dolcissime caramelle. Ho amato e amato molto. Ne ho amati tanti, ma uno solo è stato il grande amore. Ed è stato così grande che mi ha riempito tutta l’esistenza. In due la mia vita ha cominciato a non esser più solo mia e non sapete quale gran peso mi son tolta di avere una vita intera, tutta, solo per me. In due non avevo più una sola vita, ho cominciato con l’averne due e poi ne son venute altre e altre e altre e le ho vissute tutte!

Ah, dottori miei, domani andrò al mare e poi verrò in ospedale… ma non voglio trovare musi lunghi… no… non voglio sentire <purtroppo> o <mi dispiace>, perché a me la malattia non ha tolto niente. Mi toglierà alcuni anni, forse non vedrò i miei nipoti laurearsi o sposarsi, ma io ho già vissuto le loro giovani vite e so che continueranno ad essere meravigliose.
Ma io penso, ed è un umile pensiero, che la qualità della vita non si misuri in anni, che la bellezza di una vita si misura in campi seminati e qualità di raccolto. E quanti filari di vite ci sono nei miei anni… e se l’uva è matura, è pur sempre una festa vendemmiare.”

Roma, luglio 2008

Parole (parzialmente adattate) di una paziente, un cuore di donna, una splendida nonna, un’arguta laureata in filosofia, classe 1936.

Pioggia (3)

Il suo profumo l’annuncia, la precede.

Piove… e le gocce scivolano fresche

e sensuali trame disegnano sulle finestre.

Pioggia.

Lei può: s’insinua e bacia senza chiedere permesso.


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