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L’apparenza inganna due volte (divagare sull’ordine e sulla precarietà ovvero la madre dei professionisti del disordine ed anche la migliore scusa a tutti i vari guai del quotidiano)

Soldi dappertutto (vabbè… soldi, magari! … solo  monetine, ecco… che poi sempre soldi sono).

Monetine dappertutto (ché poi, forse, se le contassi, sarebbero pure un gruzzoletto).

Monetine sul comodino, sul ripiano della cassettiera, sullo specchio in bagno, sulla base della tv, sulla lavatrice, sul tavolo, sul mobiletto in cucina, qualche centesimo dietro la sveglia e qualcuno sotto il cappello nero, sotto la borsa da lavoro, tra la bigiotteria, dietro la bottiglietta del profumo, dieci centesimi tra la spina che uso come adattatore per il phon e il flaconcino di soluzione disinfettante, addirittura nel beautycase, sotto l’ultimo libro di Saramago, accanto al block notes colorato, un centesimo sul rovescio del ricettario. Nelle scarpe per fortuna non ce n’è, dico per fortuna perché già c’ho un callo! Non voglio contare quelle sparse nelle varie borse, ho troppe borse, vecchie e nuove, e molte con il fondo rotto.  Il portamonete ce l’ho, ma è un po’ scassato anche quello e quindi piuttosto funge da seminatore di monete ovunque.

L’altro giorno il tassista che mi portava al lavoro guidando come un matto, incalzato da me e da chi si era ricordato della mia reperibilità appena mezz’ora prima dell’inizio del turno di guardia in una postazione dall’altro capo della città, mi ha detto che do l’idea di essere una persona seria e ordinata. Della serietà non voglio parlare, non so se la conosco abbastanza e quindi per non rischiare di essere smentita preferisco non rilasciare dichiarazioni, ma per quanto riguarda l’ordine basterebbe una foto ad incriminarmi. Ci sono tracce dell’omicidio dell’ordine sparse dovunque per tutta la casa! Niente è al suo posto, appunto, giusto il Niente è al suo posto, perché tutto ciò che ha consistenza e materialità nella mia casa ha il diritto di stare dove capita e dove gli pare. Così è, un po’ per pigrizia, un po’ perché da un po’ di tempo mi sento precaria e provvisoria dovunque vada e quindi non mi do la pena di riordinare… magari domani già devo scappare a cogliere una migliore opportunità altrove, magari tra due giorni devo buttare tutto di corsa negli scatoloni e cambiare aria, ci sarà tempo di mettere ordine quando arriverò nell’altrove definitivo che aspetto (o se non definitivo, almeno per un tempo superiore all’anno). L’ordine mi dà l’idea della fissità, della stabilità, come i “ninnoli”, come le collezioni di bomboniere ed altri soprammobili allineati che rimangono per anni e anni nello stesso posto e nessuno li tocca, come in quelle case abitate ma forse ormai poco vissute… e già… mi ricordo il tavolo del soggiorno della casa dei miei quando vi abitava un cucciolo d’uomo che seminava i suoi giocattoli ovunque appropriandosi di ogni spazio e rendendolo per questo utile e funzionale. Ora quel tavolo ordinato, lucente e pulito è buono per un’esposizione d’arredamento. Sarà pure ordinato. Ma è triste. E serve a reggere un vaso. Molto meno all’aggregazione familiare. Sarà pure ordinato, ma se ci penso mi viene ‘na tristesssss….

Comunque al tassista avrei voluto rispondere che l’apparenza inganna. Ma in fondo perché screditare, scardinare e mettere in dubbio la buona impressione che do? Chi me lo fa fare?!? Però, certo, l’apparenza inganna e, nel mio caso, inganna due volte. Per l’ordine esterno e per l’ordine interno. Perché se le monetine sparse per casa potrei anche riuscire a raccoglierle e a contarle armandomi solo di buona volontà, non riuscirei mai a ripetere l’impresa se dovessi rimettere a posto i pensieri sparsi per la testa. Una scatola cranica contiene milioni di pensieri, miliardi di pensieri che viaggiano, talvolta senza autorizzazione, senza patente!  Ad alcuni di loro la patente è stata ufficialmente ritirata eppure ancora sono in circolazione! I pensieri. Si incrociano, si scontrano. Metto un semaforo?  Se ne farebbero beffa. Se vogliono, loro si impongono, a volte antipatici, potenti e inquinanti come i Suv che invadono due posti nel parcheggio.  Per non parlare poi dei cocci di pensieri. Cocci che sfuggono, schizzano, carambolati in tante direnzioni. Come il mercurio che si sparpagliava dovunque quando il termometro si frantumava. Ed anche in questo caso è difficile mettere ordine. Perché i pensieri ed i loro cocci sono anch’essi frutto della precarietà, figli di questa strana sensazione di non sapere mai il come, né il dove, né quando. E questa brutta sensazione è così dannatamente fertile.

Freni

Macina binari

un treno di pensieri

ormai in ritardo per la coincidenza

con un carico di emozioni

che non raggiungeranno il cuore.

Stop di un semaforo

rosso fino all’ultima stazione

tira il freno ai desideri

agli impulsi a rischio di deragliamento.

Una voce passa,

rassicura i viaggiatori,

ma il tempo ci sorpassa in curva

e quel che resta è polvere

e

alla fine

quel che frena

è ruggine.

nell’unico modo possibile (dietro il non detto)

Nell’unico modo possibile, almeno l’unico per me,  amo di un amore semplice, a volte ostinato,  sempre assetato e sempre generoso, mai ostentato e mai arreso, forse ferito, a volte distrutto, spesso calpestato o forse semplicemente non capito e condiviso.

Ti amo. Ma non te lo dico. E non te lo dico per non spaventarti. Ti amo e resto solo per osservarti. E dietro lo sguardo c’è sempre un non detto, un’omissione che è poi la verità.

Ti amo. Lo affermo (nella mia mente) ed uso il presente. Ché di certezze non ne ho mai avute tante, ma questa è l’unica verità di oggi, quella che conosco stasera.

Ti amo. Nell’unico modo possibile.

Autunno

Ascolto finalmente il tuo invito

– di pioggia e di vento –

a ballare come fan le foglie.

Così m’accogli

– su un tappeto d’ambra e d’oro –

alla prossima festa,

alla prossima neve che

bianco

preparerà il letto nuziale

come dolce sacrificio d’amore

per altre vite che verranno.

(OSoleMia, novembre 2003)

Arrivederci alla città che ho vissuto

Roma.

L’ho vissuta questa città. Da quando ho terminato il liceo sono approdata qui, città che mi incantava e spaventava insieme. Ma sono cresciuta con Lei. Roma. Le sue strade conservano i miei passi, i miei ricordi, la mia storia… già, in mezzo alla moltitudine di storie che hanno camminato qui, c’è anche la mia. In mezzo all’eternità dei momunenti dell’Urbe c’è un pezzo di me e del mio cuore.

Qui la mia vita ha iniziato ad essere veramente mia, ad appartenermi più che altrove. Qui ho dovuto contare sulle mie forze, tutelarmi, ma anche fare delle scelte, misurarle, ponderarle. Qui ho dovuto costruire una nuova realtà sociale e di amicizie, qui ho riso e ho pianto, qui ho avuto tutto e perso niente.

C’è un po’ di Roma nei miei occhi, nel mio accento e in certe espressioni dialettali, c’è un po’ di Roma nell’ironia e nel sarcasmo. Ma non è Lei ad appartenere a me. No, Lei è troppo grande, Lei contiene. Contiene anche me, così tanto che sono io ad appartenerle.

A volte odio il suo caos, il disordine, il rumore, la gente che corre senza guardare. Ma l’odio è la faccia di quella medaglia che dall’altro verso non mostra che amore… Perché non c’è un’altra città uguale, perché non c’è un altro posto al mondo che a me sembra altrettanto familiare. Qui non mi sono mai sentita smarrita, qui ho trovato sempre la forza di andare e ricominciare, qui mi sono fatta coccolare e distrarre quando i pensieri erano carichi di nebbia, qui ho sempre trovato la strada. Qui c’è sempre una strada per me, su misura per ogni occorrenza… ampi lastricati, viali enormi, vicoli intrecciati e stretti che poi si aprono su spazi meravigliosi che si riempiono dello stupore dei passanti e dei turisti… quante volte sulle stesse strade, ogni volta lo stesso stupore… non c’è posto al mondo capace di sorprendere così. E pensare che tutta questa bellezza è un po’ anche mia… è stata mia e lo sarà per sempre, perché questi posti hanno impressionato la pellicola della mia memoria… qui, tra questi mille vicoli, ho lasciato i pensieri disperdersi e poi ricongiungersi sulle rive del Tevere, ho disperso la tristezza e mi è stata restituita la serenità.

Roma, come posso lasciarti? Per quanto possa immaginare che una vita in questo caos non sia agevole, come posso credere di riuscire a sopportare il distacco? Sono una persona a cui piace cambiare, trovo il cambiamento stimolante, il nuovo mi affascina e mi dà slancio, la curiosità per il nuovo mi dà forza ed energia… ma se dovessi andar via, Roma promettimi che le tue strade conserveranno ancora la mia storia e i miei ricordi, Roma conserva anche questa malinconia di oggi che piove giù dalla mia testa come l’acqua che ti bagna ora dal cielo. Roma, promettimi che mi riconoscerai ancora tua quando ritornerò.

(note a margine: tengo a precisare che nonostante la nostalgia emergente da quanto ho scritto, non ho programmato ancora di lasciare Roma… tuttavia questi pensieri sono figli della consapevolezza che questa città mi mancherà e mi è mancata tutte le volte che mi sono allontanata anche per pochi giorni… e sono frutto o contorno di una specie di “depressione post-laurea” per la serie: Ok, abbiamo riso e festeggiato, ma adesso? … Beh, la mia amica, che non ha tutti i torti, giustamente mi risponde: e adesso pensa alla salute!)

aspettando


Dondolano le gambe al di là della ringhiera,

ciondolano speranze al di là dell’orizzonte.

Rincorrono il sole oltre la linea del tramonto, giù, seguono i suoi raggi, aspettando la notte i miei pensieri. L’alba me li restituirà puliti

domani.

(OSoleMia, 2003)

evoluzioni cromatiche

Il lento scivolare di un colore nell’altro

non mescendosi a caso

ma affidandosi alla sapienza del Cielo

e la Terra

che si lascia accarezzare

da questi scampoli di luce

mi incantano,

mi placano,

sopendono il tempo

che, d’un tratto,

cessa la sua corsa

e mi regala un’emozione.

E il tremulo fremito

di una candela accesa alla finestra

accompagna i miei occhi a seguire

le evoluzioni cromatiche di un tramonto.

(OSoleMia, 10 settembre 2005)

Milano, foto di CsMicky


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