Archivio per settembre 2008

AAA: tempi migliori cercasi

pausa dal blog … o meglio, dai post.

Vicende universitarie, para-universitarie, ma soprattutto domestiche (ovvero: la disonestà e l’inciviltà di certa gentaglia) richiedono ogni singola “goccia” della mia energia e attenzione.

Arriveranno tempi migliori.

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aspettando


Dondolano le gambe al di là della ringhiera,

ciondolano speranze al di là dell’orizzonte.

Rincorrono il sole oltre la linea del tramonto, giù, seguono i suoi raggi, aspettando la notte i miei pensieri. L’alba me li restituirà puliti

domani.

(OSoleMia, 2003)

evoluzioni cromatiche

Il lento scivolare di un colore nell’altro

non mescendosi a caso

ma affidandosi alla sapienza del Cielo

e la Terra

che si lascia accarezzare

da questi scampoli di luce

mi incantano,

mi placano,

sopendono il tempo

che, d’un tratto,

cessa la sua corsa

e mi regala un’emozione.

E il tremulo fremito

di una candela accesa alla finestra

accompagna i miei occhi a seguire

le evoluzioni cromatiche di un tramonto.

(OSoleMia, 10 settembre 2005)

Milano, foto di CsMicky

Today I feel so “emotional”

EMOZIONI

Ricordi

d’un sogno estivo,

d’una corsa

ad afferrar

le stelle.

Del primo pianto.

Di antichi sapori del borgo.

Di baci rubati.

Goccia

d’un profumo intenso.

Di pioggia fresca

sulla pelle.

Nomi

urlati al vento,

spinti

dallo zefiro ansante.

Viaggio

nel sole d’agosto

verso un mondo lontano.

Fiori

di amori segreti.

Da giovani amanti

per giovani spose.

Eco

di suoni.

Di passi.

Di risposte.

Profumi

di speranze.

Di paure.

Di tradimenti.

Di nuove promesse.

…emozioni…

(OSoleMia, 30 marzo 2000)

Compagni di viaggio

DRIIIIN – DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! Che c’è? … CHE? EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!! NOOOOO, non mi dire così!”

Avevo appena mandato un messaggio a un’amica per dire che questo viaggio, a differenza del precedente, procedeva tranquillamente, quando l’autista riceve una telefonata da un responsabile della ditta di trasporti e il pullman si ferma in una piazzola di sosta.

“No, ma non è possibile! Ma scusa, ma abbiamo contato due volte!!”.

“Che succede?”
“Qualcuno è rimasto appiedato all’autogrill”.

Il secondo autista ci ri-conta come pecorelle e si accorge, in effetti, che i conti non tornano. Quando eravano in partenza dall’autogrill un ragazzo è sceso e risalito ed è stato contato due volte.

DRIIIIIN – DRIIIIIN – DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNN
“Pronto! E che ti devo dire… ma abbiamo avvisato con il microfono che la sosta durava 15 minuti… siamo stati lì 25 minuti, insomma… Che casino!!! …Lì, in quell’autogrill c’è il pullman della ditta R*****, fanno la nostra strada, quelli sono amici nostri, se la ragazza spiega la situazione, prende un passaggio e l’aspettiamo alla piazzola!”.

Noi passeggeri siamo senza parole, divisi, perché da un lato ciascuno di noi ha degli impegni a cui non vuol mancare, dall’altro lato ci mettiamo nei panni della persona rimasta là. Tuttavia questa persona pare si rifiuti (o si vergogni) di chiedere il “passaggio” all’autobus R***** che quindi riparte senza lei a bordo.

DRIIIIN – DRIIIIN

“Pronto! AH… ma perché non è salita su quel pullman? E mica le ho detto di fare l’autostop? E va bene, va bene, ora chiedo ai signori se sono d’accordo… Signori, ci sono problemi se torniamo indietro? Vi avverto che ci vorrà un’ora per tornare all’autogrill perché la prossima uscita è distante e la strada non è agevole”.

Noi passeggeri siamo confusi, fortunatamente (per la ragazza all’autogrill) nessuno ha coincidenze da prendere al volo, il ritardo può essere tollerato e così si acconsente al recupero di Alice nel paese delle meraviglie.

Durante il viaggio di salvataggio un signore comincia a fare delle considerazioni (con molta calma e pazienza) sul fatto che questo non è l’autobus della gita scolastica ma un mezzo pubblico al pari di un treno (dove nessuno si incarica di contare i passeggeri e assicurarsi che siano tutti a bordo). E se scendi a una stazione, ti perdi in chiacchiere e il treno riparte sono cavoli tuoi, non certo torna indietro a prenderti.

Arriviamo all’autogrill, la ragazza sale sull’autobus, dice che le dispiace. L’autista le biascica dietro un “Va bene, va bene, pensiamo alla salute”, poi riceve una telefonata da parte della mamma della ragazza che lo ringrazia accoratamente. “Signora, non mi deve ringraziare. Deve ringraziare il fatto che i signori viaggiatori hanno acconsentito a tornare indietro! Noi siamo responsabili di tutti, non solo di sua figlia, e se solo uno di loro mi avesse detto che aveva un aereo da prendere non avremmo potuto invertire la rotta e sua figlia sarebbe rimasta lì ad attendere per quattro ore l’arrivo della corsa successiva”.

Terminata la conversazione con la madre, l’autista si rivolge alla ragazza: “Su, vai a sederti al tuo posto… A proposito… Ma dove sei seduta?”. La ragazza indica il posto. “Ah… ma sei da sola o c’è qualcuno accanto a te?”. “C’è quella ragazza!”. Ci giriamo tutti per vedere in faccia chi, per distrazione e/o per egoismo, non ha pensato di avvertire gli autisti che la persona che era seduta accanto a lei non era presente al momento di ripartire dall’autogrill. Ci saremmo evitati il ritardo e lei una pessima figura.

MORALI DELLA FAVOLA:

1) Anche se i nostri compagni di viaggio non ci piacciono sono sempre persone. E noi siamo persone. E basta un po’ d’attenzione. E se magari siamo tentati di liberarci al più presto di loro, evitiamo di lasciarli all’autogrill perché poi, oltre alla salute psichica, perdiamo anche tempo. Tanto prima o poi il viaggio finisce! E ognuno per la sua strada.

2) Ci vuole fortuna a trovare il compagno di viaggio, nel viaggio breve e nel viaggio di una vita (oppure rischi che ti lascino a piedi!!!). Il viaggio è una metafora della vita. Per questo VIAGGIANDO SI IMPARA!

Per caso, dopo aver scritto il post (infatti questa è una modifica “a posteriori”) sono andata a leggere – per gioco – il mio oroscopo… insomma… c’ho ragione, ci ho!!!  Ecco cosa dice:

Un poeta mio amico aveva un piano per scrivere un libro in tempi record. Ha comprato un biglietto di andata e ritorno sul pullman che va da Oakland, in California, a New York. Era convinto che viaggiare per nove giorni percorrendo diecimila chilometri, mangiare panini comprati nei distributori automatici e dormire seduto in mezzo agli estranei l’avrebbe aiutato a scrivere un poema epico. L’esperimento ha funzionato: il suo libro è spiritoso e sconvolgente. Ti consiglio di svolgere un compito simile, Sagittario. Sfrutta la magia di una scadenza precisa per creare qualcosa di bello e durevole.

Relitto

“Ma che ti è successo? Perché corri? Dove vai?”.
Fuggiva, scappava. Aveva negli occhi il riflesso di chi è smarrito, in gola un dolore sordo e il respiro strideva.
Correva. E non vedeva l’ora che la sirena della paura fosse finalmente spenta. Che la notte tornasse ad essere silenziosa come altre notti.Il Faro. Il faro era crollato! Sgretolato. Poche macerie restavano sullo scoglio. Il mare se l’era inghiottito, aveva preso il faro. E lui, lui aveva perso il faro.

La bussola. La bussola non indicava più il Nord, non riconosceva più il campo magnetico, non sapeva più la direzione. Guasta, aveva perso la sua verità. Smarrita. Smarrito.

Lui correva, allora. Rincorreva il senso dell’orientamento. Correva a perdifiato, macinava chilometri per distruggersi i piedi e logorare le caviglie. Perché il dolore fisico lo distraesse dalla paura. Perché la stanchezza lo stordisse. Preferiva morire di stanchezza che di paura. Preferiva sentire il cuore cedere ai battiti accelerati per la corsa piuttosto che per l’ansia di sentirsi smarrito.

Tempo fa mi ero raccomandata che imparasse a navigare a vista. Gli avevo detto di non farsi abbagliare dalle luci, di apprezzare anche il buio, di non credere ai miraggi, di non fidarsi nemmeno delle leggi della fisica e del campo magnetico terrestre. Gli avevo detto di dubitare di tutto, tranne che di se stesso. Di procedere secondo il dubbio. Ma gli avevo anche detto di ridere. Di cantare. Di ballare. Piuttosto che scappare!

“Dove vai? Aspetta! Aspetta… Calmati”.
Solo quando la mia mano riuscì ad afferrargli il braccio ho avvertito il peso, l’oppressione di quella paura. Così nera, così vischiosa. E velenosa.
“Aspetta. Fermati. Riprendi fiato”. Aveva i polmoni affamati d’aria.
“Riposati un momento. Non sta suonando nessuna sirena. Non c’è alcun segnale d’allarme. Dammi la mano. Le mani! Dammi le mani!
Ti porto in riva al mare, camminiamo piano a piedi scalzi. Devi sentire l’acqua. Va. E viene.
Ti porto al mare.
Lascia perdere il faro. Ormai è crollato. Ora guarda il mare. Il mare non ha paura ed è ancora qui ad accarezzare questo lembo di terra. Lascia perdere il vecchio faro. Domani ne costruirai un altro. E poi un altro. E un altro ancora, di costa in costa, di scogliera in scogliera. Un mattone alla volta, un giorno alla volta, un respiro alla volta, una certezza alla volta, di dubbio in dubbio. Ti aiuto io, se vuoi. Domani.
Ma ora … Ora ti lascio solo sulla riva. Prenditi lo spazio, tutto lo spazio che ti serve, tutta la sabbia che ti serve. Tutta l’acqua, tutto il sole che ti manca!
Passerò più tardi a vedere come stai. Passerò a vedere se il mare ti avrà restituito il relitto e quel che resta della tua serenità dopo il naufragio”.

Cronache da un viaggio: di spintoni, di parole che degenerano, di malori di controversa origine e di insurrezione popolare

Arrivo in largo anticipo. Per una volta anche l’autobus non si fa attendere troppo. Non ho bagagli ingombranti, solo uno zainetto che porto a bordo. I posti avanti, quelli delle prime 7 o 8 file, sono riservati ai passeggeri che hanno provveduto alla prenotazione giorni prima, ma l’autista garantisce che in fondo i posti sono liberi. Messaggio che deve essere sfuggito, benché ripetuto uguale ad ogni passeggero, a una brillante ottantenne che comincia a spingermi. Agisce alle mie spalle, mentre sono nel corridoio dell’autobus, sollevando il mio zaino, quello che portavo sulla schiena, con il manico del suo bastone. E spinge. Una, due, tre volte. La tolleranza ha un limite. “Signora, è inutile che spinge, lo sa? Se le persone che sono in fila davanti a me non si siedono, la sua spinta è inutile, mi fa solo male ma certo non può avanzare”. “E che so’ cretina io? So’ vecchia, ma no ‘nzalanuta (rimbambita). Qua i posti so’ tutti prenotati, ma io so’ senza prenotazione e allora mi voglio sedere prima che arrivano i prenotati”. Bene, la signora sostiene di non essere ‘nzalanuta, ma la sua furbizia non mi pare affatto questo granché. Intanto continua a spingere, poi comincia a lamentarsi: “Oh, ma io so’ vecchia, ohimmé, e qua non ci sono posti, ma io c’ho il cuore, c’ho le gambe (… -e meno male!! – avrei voluto aggiungere io, ma il ragionamento si faceva troppo articolato per la sedicente non-‘nzalanuta), e mica posso stare tutto il viaggio in piedi?“. Infatti, le avrei voluto dire, cara signora mia, mi sa che il viaggio in piedi non glielo fanno proprio fare!

Intanto la fila comincia a esaurirsi, mi siedo al primo posto libero, sempre dal lato del finestrino come piace a me, e vedo la signora andare a sedersi qualche posto più in fondo con mia somma gioia. Ma la sento blaterare: “Ah, ma allora sti autisti so’ disonesti! Riceren’ ca i post eran tutt prenotat! Ah, ma allora so’ loro ca so’ ‘nzalanut’! Ma qua i posti ci so’! Ah, ca fors m’han vist vecchia, si crerrer’n ca era ‘nzalanuta e han penzat: ma sta vecchia ndu s’abbìa! TRADUZIONE: “Ah, ma allora questi autisti sono disonesti! Dicevano che i posti erano tutti prenotati! (- no, non dicevano affatto così -) Ah, ma allora sono loro ad essere rimbambiti! Qua i posti ci sono! Ah, ma forse mi hanno visto anziana, credevano che fossi rimbambita e avranno pensato: ma questa vecchia dove vuole andare!”  Ovviamente inutile tentare di spiegare che, invece, agli autisti dell’età e della salute mentale e auricolare dei passeggeri importa poco, mentre è nel loro interesse (o se non altro nell’interesse della ditta di trasporti) che l’autobus sia al completo… 1 persona=1 biglietto, 100 persone=100 biglietti.

Mancano 10 minuti alla partenza. Arrivano ancora passeggeri. Due signore di mezza età salgono in tutta fretta, affannate, chiedono quanto manchi alla partenza, si siedono tra le prime file. L’autista chiede loro di favorire la prenotazione. Apriti cielo. Le due dame, A e B, cominciano a dar fiato alle trombe senza neanche dare all’autista il tempo di rispondere. Signora A: “La prenotazione? Che è sta novità? Ma noi viaggiamo da sempre con questo bus, ma quando mai la prenotazione?”; B: “Eh, ma infatti, ma ti ricordi che due anni fa (come se in due anni le cose non possano cambiare) siamo venute a Roma e non c’era tutti questi problemi”; A: “Infatti! Ché poi, io, a dire il vero, manco mai l’ho vista guidare su sto pullman!” (questo riferendosi all’autista… e uno strano cerchio dorato e luminoso appare pian piano in corrispondenza della sua testa, e degli strani affari piumati gli crescono simmetrici sulla schiena… e si comincia a sentire odor di santità); B: “No, ma io mò mi sono seduta e non mi importa, se volete partire partite, ma io non mi alzo”; A: “Io non mi sposto, né scendo!! Mò ci manca solo che ci lasciano qua! Me lo pagano loro l’albergo se devo restare a roma?”.  Finalmente, dopo tante chiacchiere esagitate, A e B concedono all’autista diritto di replica: “Signore, i posti delle prime file sono riservati ai passeggeri che hanno pagato la prenotazione. C’è il cartello sul sedile, vedete? C’è scritto posto riservato! Ma tutto il resto dell’autobus è libero, potete scegliere un posto dopo la ottava fila”. A: “E mò ce lo dice? E mò la gente già si è scelta i posti migliori?” B: “Vabbè, andiamo, va’, sennò restiamo in piedi”. Una delle due decide di sedersi accanto a me. Lamenta di soffrire il mal d’autobus (e siamo ancora fermi in stazione), disprezza il servizio, i sedili troppo stretti, dice che le manca l’aria e, onestamente, con lei a fianco, comincia a mancare anche a me.

Il pullman parte. Prendo il lettore mp3, indosso gli auricolari, chiudo gli occhi e tento (invano) di rilassarmi. La signora accanto sgomita, si agita, come dicono al mio paese “NUN PIGLIA PACE”! E mette la maglia e sfila la maglia, e apre la zip della borsa e chiude la borsa, e mi chiede che ore sono e quanto dura il viaggio, e sfoglia la settimana enigmistica e chiude la settimana enigmistica, e vuole che chiuda la tenda perché batte il sole e poi però non vede il panorama, e dice che i giovani son tutti asociali per colpa delle cuffie nelle orecchie, e parla… ehm… urla al telefono ordinando al marito di scongelare la carne (ma perché non impara a mandare gli sms questa!!!), e ogni volta che apro il mio cellulare si sporge per spiare, e se converso al telefono commenta la discussione!!! Così non mi resta che accucciarmi sul finestrino, rannicchiarmi, darle le spalle e tentare di dormire. Il viaggio è lungo, vorrei solo stare in pace. La signora riceve una telefonata e racconta del suo pranzo: “…Ah, niente, figlia mia, giusto un paio di panini, così, tanto per non avere fame durante il viaggio. Ché devo stare leggera ché io soffro il viaggio in pullman! Giusto un panino con la mozzarella e le melanzane sott’olio e un altro con la frittata e i peperoni… Giusto due mezzi filoncini.”

Ché devo stare leggera ché io soffro il viaggio in pullman! Giusto un panino con la mozzarella e le melanzane sott’olio e un altro con la frittata e i peperoni… Giusto due mezzi filoncini.

Dormo per circa due ore. Poi sosta all’autogrill. Prima di scendere la signora accanto a me mi chiede: “Signorina, quest’autobus mi fa venire il mal di stomaco, ma non è l’autobus, è il posto (in effetti vale lo stesso per me con una tale compagna di viaggio… ma nel suo caso credo che lo stomaco stia semplicemente chiedendo la resa dopo il LEGGERO pasto), e allora… che dice… Crede che posso chiedere a qualcuno dei prenotati se vuol far cambio posto con me?”. Ci penso un attimo poi le do una risposta ferma e decisa: “Ma ceeeeerto Signora!!! E cosa aspetta!!! Lo chieda subito!!! (…e se non vuole farlo per lei, lo faccia per me!!! Ma a questo pensiero non ho dato voce)“. La proposta di scambio le viene rifiutata. Mannagggggggggggggggggg.

Dopo un quarto d’ora di sosta si riparte. Cerco di riaddormentarmi ignara che da lì a poco si sarebbe scatenata una rivolta, l’insurrezione popolare. C’è quiete, infatti, la classica quiete prima della tempesta. Si comincia a sentire un certo calore dal basso, i piedi e le gambe sudano, finché il caldo non arriva alla gola. L’autobus è al completo, con i riscaldamenti accesi si soffoca. La gente comincia a vociferare, sembra che organizzino i moti carbonari. All’urlo di un disperato : “Fa caldo!!!!”, un piccolo esercito di fanti parte minaccioso alla volta del posto del conducente. Quello che si poteva ottenere semplicemente chiedendo all’autista di spegnere il riscaldamento, viene preteso con modi duri e parole non proprio da ambasciator che non porta pena. Ora sono i toni a surriscaldarsi. La contrattazione sull’aria condizionata degenera. Volano parole quali civiltà, rispetto, decenza, e la mia testa fa un salto alla rivoluzione francese, mi immagino la Marianna con la bandiera rossa-bianca-blu e riecheggiano “liberté, egalité, fraternité”, e attendo che cada la testa di qualcuno. L’area di sosta dell’autostrada sembra un ottimo patibolo. Manca solo la ghigliottina, lo spettacolo sarebbe perfetto. Ma alcuni giovani impavidi si offrono di far da peace-keepers, volontari di pace in un contesto difficile. La tensione viene allentata. Di nuovo in marcia!


settembre: 2008
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