Posts Tagged 'ricordi'

nell’unico modo possibile (dietro il non detto)

Nell’unico modo possibile, almeno l’unico per me,  amo di un amore semplice, a volte ostinato,  sempre assetato e sempre generoso, mai ostentato e mai arreso, forse ferito, a volte distrutto, spesso calpestato o forse semplicemente non capito e condiviso.

Ti amo. Ma non te lo dico. E non te lo dico per non spaventarti. Ti amo e resto solo per osservarti. E dietro lo sguardo c’è sempre un non detto, un’omissione che è poi la verità.

Ti amo. Lo affermo (nella mia mente) ed uso il presente. Ché di certezze non ne ho mai avute tante, ma questa è l’unica verità di oggi, quella che conosco stasera.

Ti amo. Nell’unico modo possibile.

Arrivederci alla città che ho vissuto

Roma.

L’ho vissuta questa città. Da quando ho terminato il liceo sono approdata qui, città che mi incantava e spaventava insieme. Ma sono cresciuta con Lei. Roma. Le sue strade conservano i miei passi, i miei ricordi, la mia storia… già, in mezzo alla moltitudine di storie che hanno camminato qui, c’è anche la mia. In mezzo all’eternità dei momunenti dell’Urbe c’è un pezzo di me e del mio cuore.

Qui la mia vita ha iniziato ad essere veramente mia, ad appartenermi più che altrove. Qui ho dovuto contare sulle mie forze, tutelarmi, ma anche fare delle scelte, misurarle, ponderarle. Qui ho dovuto costruire una nuova realtà sociale e di amicizie, qui ho riso e ho pianto, qui ho avuto tutto e perso niente.

C’è un po’ di Roma nei miei occhi, nel mio accento e in certe espressioni dialettali, c’è un po’ di Roma nell’ironia e nel sarcasmo. Ma non è Lei ad appartenere a me. No, Lei è troppo grande, Lei contiene. Contiene anche me, così tanto che sono io ad appartenerle.

A volte odio il suo caos, il disordine, il rumore, la gente che corre senza guardare. Ma l’odio è la faccia di quella medaglia che dall’altro verso non mostra che amore… Perché non c’è un’altra città uguale, perché non c’è un altro posto al mondo che a me sembra altrettanto familiare. Qui non mi sono mai sentita smarrita, qui ho trovato sempre la forza di andare e ricominciare, qui mi sono fatta coccolare e distrarre quando i pensieri erano carichi di nebbia, qui ho sempre trovato la strada. Qui c’è sempre una strada per me, su misura per ogni occorrenza… ampi lastricati, viali enormi, vicoli intrecciati e stretti che poi si aprono su spazi meravigliosi che si riempiono dello stupore dei passanti e dei turisti… quante volte sulle stesse strade, ogni volta lo stesso stupore… non c’è posto al mondo capace di sorprendere così. E pensare che tutta questa bellezza è un po’ anche mia… è stata mia e lo sarà per sempre, perché questi posti hanno impressionato la pellicola della mia memoria… qui, tra questi mille vicoli, ho lasciato i pensieri disperdersi e poi ricongiungersi sulle rive del Tevere, ho disperso la tristezza e mi è stata restituita la serenità.

Roma, come posso lasciarti? Per quanto possa immaginare che una vita in questo caos non sia agevole, come posso credere di riuscire a sopportare il distacco? Sono una persona a cui piace cambiare, trovo il cambiamento stimolante, il nuovo mi affascina e mi dà slancio, la curiosità per il nuovo mi dà forza ed energia… ma se dovessi andar via, Roma promettimi che le tue strade conserveranno ancora la mia storia e i miei ricordi, Roma conserva anche questa malinconia di oggi che piove giù dalla mia testa come l’acqua che ti bagna ora dal cielo. Roma, promettimi che mi riconoscerai ancora tua quando ritornerò.

(note a margine: tengo a precisare che nonostante la nostalgia emergente da quanto ho scritto, non ho programmato ancora di lasciare Roma… tuttavia questi pensieri sono figli della consapevolezza che questa città mi mancherà e mi è mancata tutte le volte che mi sono allontanata anche per pochi giorni… e sono frutto o contorno di una specie di “depressione post-laurea” per la serie: Ok, abbiamo riso e festeggiato, ma adesso? … Beh, la mia amica, che non ha tutti i torti, giustamente mi risponde: e adesso pensa alla salute!)

sogno estivo

estate 1998 – Ricordo di Nizza

SOGNO ESTIVO

Al pianto più mesto

rispose l’eco del vento

con parole più nuove

e pensieri più veri.

E durante il cammino,

tra gli alberi in fiore,

le sussurrò qualcosa,

le parlò d’amore.

Il sorriso più antico

lo ricordò solo allora

tra gemme di pianto

e fior di cristallo.

E sulle ciglia nere

si posò la sabbia

all’abbraccio del mare

nella notte più fonda.

Il suo respiro nel vento

rimase lo stesso

tra ricordi di fiabe

e disegni di boschi

Le tese la mano,

la strinse nel buio,

volò tra le onde

nel mare stellato.

Sembrò solo un sogno (e forse lo fu)

durò come il lampo: non c’era già più.

(osolemia, estate 1998, Nizza)

Correndo

L’estate scorsa ho cominciato a correre, ho imparato a correre. Mi piaceva la strada e il panorama. In salita, verso la cima del monte. Ma la vera meta era la fontana, appena ristrutturata, che mi regalava il sollievo di un sorso d’acqua fresca.

Correvo. I primi giorni non avevo le gambe pronte, poi le gambe andavano ma non avevo abbastanza fiato. Fino a che non ho trovato il ritmo, il mio, con il quale potevo procedere, continuare, riuscire a fare tutto il percorso.

Nel cercare il ritmo, il tempo da battere col passo, anche i pensieri hanno cominciato a trovare la loro direzione, a correre ordinatamente. Correndo dovevo solo resistere, non era necessario pensare a questo e a quello, a ciò che non avevo, che desideravo e non potevo avere, non dovevo concentrarmi su me e certi logori rapporti sociali, non era necessario consumare i neuroni inutilmente nelle paranoie, nei perché senza perché o per come. Dovevo correre. Avevo un semplice ma chiaro obiettivo, fare i miei chilometri, macinarli nel modo in cui sapevo. Dovevo pensare a questo, solo a correre, la fatica me lo ricordava, era l’unica preoccupazione in quei momenti. Insieme al fatto che le scarpe fossero comode e rispondessero bene alle sollecitazioni.

Correndo guardavo il paeseggio rurale, i covoni di paglia, il bosco… aggrappata alle redini del vento, nell’aria festosa e frizzante, mi sentivo tutt’uno con esso e col verde a me intorno.

Tornata a casa, arrivava il momento del premio: l’acqua e il sapone. Lavavano via il sudore, la stanchezza, mi restituivano come nuova alla realtà.

I pensieri? Quali pensieri? Davvero ero preoccupata di qualcosa prima di correre? Non me lo ricordavo nemmeno più!

O Sole, O Sole mia…

Che bella cosa na jurnata ‘e sole,
N’aria serena doppo a na tempesta!
Pe’ ll’aria fresca pare giá na festa,
Che bella cosa na jurnata ‘e sole!

Me la cantava nell’orecchio, me la sussurava con tono dolce e allegro, ma per me era come se la stesse cantando a squarciagola. Davanti al mondo. Lo immaginavo con le braccia aperte, rivolto al sole che doveva invidiargli il suo sole privato. Ero io (e lo dico nascondendo il viso tra le mani… arrossendo un po’).

Ma lui me la cantava sottovoce, piano, piano, pecché o’ sapeva che per me l’imbarazzo era cosa privata, e l’emozione, quella che colora le gote e che fa brillare e luccicare gli occhi, quella che ferma le parole in gola prima che vane o inopportune rovinino la vita che pulsa in quel momento, quella che tutela il silenzio e lascia che siano, timidi, solo gli sguardi a svelare segreti gelosamente gelosamente nascosti… l’emozione dovevamo spartircela tutta solo noi due.

Mi prendeva la mano e cominciava a ballare sulle note che cantava. Poi io lo seguivo con i passi e con la voce. Poi mi interrompevo per sentire lui. Poi ridevamo. Sempre. Le note e le risa sullo stesso pentagramma.

Ballavamo con i piedi sulla Via Lattea, su Marte, su Giove, sul mare, sui prati, sulle cascate, in mezzo al vento, sotto le fronde dei salici. Ma forse i piedi nemmeno più li sentivamo, non sentivamo più di essere corpo, di avere un peso, di avere consistenza. Eravamo mille bolle di sapone, e poi altre mille, che scoppiavano solo quando erano troppo troppo in alto, ma bastava soffiare ancora un po’ sui nostri desideri, ed ecco ancora altre mille bolle di sapone. Ed altre mille.

Non c’era il tempo, non c’era lo spazio.

E ridevamo, ridevamo sempre. Ogni sorriso, un bacio. Ogni sguardo, diamanti purissimi si scioglievano a coprirci di luce. Avvolti in quel prezioso piacere privato, nostro soltanto soltanto nostro, con in testa le favole e l’allegria, la felicità era l’unica cosa che aveva davvero sostanza.

Ogni volta che riprendeva la mia mano, ritornavamo su questa giostra…

Ma n’atu sole
cchiù bello, oje né’,
‘o sole mio,
sta ‘nfronte a te…
‘O sole,
‘o sole mio,
sta ‘nfronte a te…
sta ‘nfronte a te!

la foto è di Rosantica


L’aria di Capri

In realtà il titolo di questo post potrebbe essere : LA FICTION “CAPRI” MI SNERVA. Sì, è così! Una questione di nervi innervositi dall’invidia! Spiego: qualche sera fa, accendendo la tv, mi è capitata sotto gli occhi una puntata della sovracitata serie dopo una giornata (l’ennesima e lunghissima) passata tra ambulatorio, lezioni e libri ed è stata una scelta deleteria! Non solo non son riuscita a seguire nemmeno un dialogo (sì, lo so che non mi son persa niente) e quindi non ho capito un cavolo di tutta la puntata (c’è da dire che dopo una giornata fuori di casa, a correre a destra e a manca, dopo le 21.30/22 vado in catalessi… e al massimo posso fare uno sforzo di concentrazione e osservazione sugli attori MASCHI … altro motivo pe’ rosica’… ma questa è un’altra storia), ma mi è venuta la gastrite da invidia (nuova entità nosologica inventata al momento per quelli come me che … sì, stavo proprio a rosica’… malattia simile al mal di mare, ma ti viene quando il mare – mannaggia – non c’è)!

Mare … blu che più blu non si può, barche, feste, i FARAGLIONI… Capri… aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!! Che voglia di uscire dalla catalessi, fare un bagaglio al volo e partire subito!

I profumi di Capri … l’aria di Capri! …L’aria di Capri è rigenerante, forse basta l’idea e la consapevolezza di essere a Capri per sentirsi nella pace dei sensi. In un posto così hai la sicurezza che non può accaderti niente di male e se pure dovesse andar storto qualcosa, beh, ti consola il fatto di essere a Capri!

Ho il ricordo di una gita, un ricordo stupendo… mi ricordo il traghetto, i profumi, il piccolo bus per Anacapri, i souvenir, il giardino, i fiori, le risate … sì, che ridere! Quanto abbiamo riso! Riso di quelle cose sciocche, ridere come nei giochi dei bambini, ridere di leggerezza, di allegria pura … le mie amiche&me sul molo a salutare – fino a disarticolare la spalla (vabbé, ogni tanto mi piace esagerare… 😉 ) – un ragazzo con i capelli rossi che stava attendendo la partenza della sua nave. Non lo salutavamo perché ci aveva colpito il suo fascino, ma perché ci ricordava un amico che non era potuto partire e condividere con noi quella giornata così “astratta”, “surreale”. E così lo salutavamo, idealmente… era un saluto al nostro amico (ma il ragazzo con i capelli rossi non lo sapeva e il nostro comportamento l’aveva messo in tale imbarazzo che quel poverino cercava in tutti i modi di sottrarsi alla nostra concitata/eccitata attenzione, nascondendosi dietro ai pilastri del ponte della nave)!

Mi ricordo il vento, le foto… sì, non so dove abbia conservato le foto, però mi ricordo dove son state scattate. E poi la piazzetta, l’orologio … c’è l’orologio nella piazzetta, eppure su quell’isola il tempo è un concetto che non c’è (oppure c’è, ma non ha la connotazione negativa dei posti in cui si va di fretta, quindi, non costituendo un problema, il tempo è come se non ci fosse, non lo percepisci), invece lo spazio ti appartiene e, anzi, ti riempie! I profumi, l’aria così profumata…io me la ricordo, sì… in questo momento, mentre ci penso, la sento nelle mie narici. Dicono che la memoria olfattiva sia quella più sviluppata, quella che più di tutte è in grado di rievocare i ricordi, di ripescarli dall’archivio. Ed è così, anche ora, mentre penso a Capri e alla sua aria, rivedo il film della mia gita (e son passati tanti anni, non li conto per non sentirmi “vecchia”… 🙂 )

Non so quando andrà in onda la prossima puntata di Capri, ma non credo che ce la farò a vederla … perché poi l’unico traghetto che potrei prendere – una volta arginata e tamponata l’acidità da invidia – è quello della nostalgia e finirei col naufragare nella memoria.

Non so quando avrò il tempo di andare a Capri, anche solo per un giorno (sì, perché per troppi giorni poi il problema non è più di tempo ma … di tasca … non so se mi spiego), ma sicuramente tornerò … nel frattempo mi terrò alla larga da raiuno…

……………………………….

p.s.: tengo a precisare che nessuno mi ha pagato per fare la pubblicità all’isola e che questa non è pubblicità (“excusatio non petita, accusatio manifesta”? no, in questo caso no!)


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