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Il killer sul tetto

Ero appena arrivata nella nuova casa. Niente di che, una mansardina, ma delle dimensioni giuste per vivere decorosamente. Avevo portato su l’ultimo pacco, 4 piani a piedi sono faticosi, figuriamoci portando dei pesi. E poi ore ed ore a pulire, sistemare… non vedevo l’ora di godermi la prima notte nel mio nuovo letto, non perché fossi stanca, noooo, ma… così… giusto per capire se fosse comodo abbastanza per recuperare le energie.

Pensavo: Ah, finalmente non avrò più animali tra i piedi! Lì, nella vecchia casa stavo bene, la camera era gradevole, arredata con gusto, bei colori, ma… il gatto, il gatto si infilava ovunque, era capriccioso sulla scelta dei croccantini, seminava il caos in tutta la cucina, di notte venivo svegliata ora da un tonfo, ora da un crash, ora da un bongbumbudubuuum, e magari al mattino, nel momento più delicato di tutta la giornata, quello dall’oro in bocca, quello in cui la parola è d’argento e il silenzio è d’oro, quello in cui l’unico pensiero è caffècaffècaffè, l’unico odore che vuoi sentire è quello del caffècaffècaffè… insomma, al mattino ero costretta a rimettere ordine, capire da dove fossero uscite quelle pentole, che ci facessero sul pavimento, e poi raccogliere l’acqua della ciotola versata a terra, i croccantini sparsi ovunque, a sentire il miagolio desideroso di coccole… ed io: aaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhh!!!!!!! sgrunt e arcisgrunt anch’io vorrei le coccole al mattino, ma non mi metto a miagolare fino allo sfinimento!!

Era stato così tutti i giorni. Ma ora nella casa nuova… niente animali!!!! Aaaa!

Ero sul mio lettuccio, guardavo il soffitto, meditavo sull’indomani, su quello che avrei fatto, quando ho sentito un … rumore… ma piccolo piccolo… provenire dal balcone. Poi vedevo un’ombra muoversi… avevo lasciato la veneziana alzata… Panicoooo!!! Noooo, ditemi che sto sognando, ditemi che non è vero!!!

Mi sono alzata, ho scostato la tenda… ed era lì, immobile, a fissarmi… un gatto enorme che sembrava una lince!!! Il gattone della vicina!!! Quello stesso gatto che era stato condannato al confino nel balcone della sua proprietaria durante un’assemblea condominiale, quel gatto era evaso! Sì, evaso! Quella sua amorevole proprietaria aveva creato un varco nella rete che l’amministratore di condominio le aveva fatto montare per circondare il balcone, proprio per permettergli di andare a spasso a sgranchirsi le zampe sul tetto. A quel gatto! Che mi fissava occupando uno spazio che era mio, il MIO balcone, lasciando peli e… bleah… i suoi escrementi NEL MIO BALCONE!!! IO LO AMMAZZO. Sì, era un’idea, avrei voluto strozzare quella stupida lince zozzona e selvatica travestita da amichevole gatto che nottetempo girava sul tetto e visitava tutti i balconi delle mansarde. Ed io che pensavo che avessero un che di romantico i gatti sui tetti di notte. Sgrunt!

E così il mattino seguente ho invitato la mia vicina a rispettare le regole condominiali. Lei ha accettato sebbene fosse sconvolta per il suo micetto buono, piccolo piccolo (PICCOLO???) picci picci devi stare qui in casa tesoro ma miaaaaooooo ci cicci frrrr ciciccì miiiiaaaaaooo (ssssssì, forse era meglio parlare direttamente con la belva).

Adesso, però, ogni volta che sono sul balcone, il gatto mi spia dal suo, mi fissa da dietro la rete, dalla sua prigione mi guarda in CAGNESCO!! Lo so, è assurdo che un gatto guardi in cagnesco, ma lui lo fa! Credetemi! E so anche che medita un nuovo progetto di evasione e questa volta, quando sarà libero, verrà per vendicarsi e mi ucciderà!


La dama, il cavaliere e l’ascensore

E così, dopo una lunga giornata di lavoro, si tolgono i panni della fatica, si depongono gli arnesi (vedi: camice e fonendoscopio) e si ritorna “in borghese” in mezzo a tanta altra gente, lì, in “anonimato”, nei corridoi dell’ospedale. Si pigia il tasto in direzione “su” e si attende l’ascensore. Mentre si è assorti nei propri pensieri, mentre già si pregusta un bagno caldo o, più spesso, l’emozione di un gustoso panino che si lascia masticare senza che la ciccia opponga resistenza, ecco che qualcuno turba l’atmosfera di pre-relax e di attesa.

“Signorina”

“Dice a me?”

“Sì”

“Dica”

“Sta perdendo un foglietto dalla tasca”

In tutta serenità, sapendo di aver messo il biglietto dell’autobus nella tasca posteriore dei jeans, ringrazio il gentiluomo per aver evitato che lo perdessi.

Per me la vicenda è chiusa, il biglietto è in salvo e candidamente aspetto l’ascensore, sempre immersa nella poesia dei miei pensieri che già sognano una meta neanche troppo lontana ma purché mi dia ristoro… quand’ecco che il tanto gentile e gentilissimo gentiluomo riprende la conversazione.

“Beh, sa, signorina, è stata fortunata”.

Non capendo verso quale orizzonte viaggi quel discorso, lo ringrazio di nuovo abbozzando un sorriso che si incammina verso il nervoso andante.

“Beh, sa, signorina… è stata fortunata, anzi è fortunata che, volendo o nolendo, l’occhio dell’uomo cade sempre là… altrimenti del biglietto non me ne sarei mai accorto”.

Eeeh????

Improvvisamente passo dal sorriso alle sopracciglia aggrottate e se fossi un manga giapponese, la nuvoletta disegnata sulla mia testa riporterebbe i seguenti caratteri: !!!%* >( | ++ ** %& @@@>( >( @@(§>>!!! gggggrrrrrrrrr %& ! ” = ?^ ** <<%+++****§§@&$£%!!!!!!!!

Ma siccome sono una signora, quando  arriva l’ascensore, faccio cenno al cortese idiota di salire prima di me e, mentre lui mi guarda con aria ebete e convinto di avermi detto qualcosa che può in qualche modo interessarmi e spingermi a continuare la piacevolissimachiacchierata (o! dopotutto lui si sentiva quasi un eroe per aver salvato il mio biglietto!!), io rimango all’esterno, sul pianerottolo… e mentre le porte dell’ascensore si chiudono, annullando per sempre la presenza di quel tristo figuro dalla mia vita, il cuore mi muove al gesto spontaneo e naturale di alzare lentamente il braccio sinistro per accompagnare l’espressione molto raffinata che mi si è dipinta sul volto e che dice: a’ poveraccio, ma co ‘st’ascensore… ma vedi d’anna’ a f…

Tra gentildonne e gentiluomini ci si capisce.

Breve storia di una convivenza

Ciao!

Ciao. Ma tu hai la macchina?

La macchina? No, non ce l’ho.

Come nooooo?

embé? ma che vuole questa, ci conosciamo da cinque minuti…

Ma se non hai la macchina come facciamo?

Facciamo cosa? Ma chi ti conosce?

Allora dico a mio padre che entro un mese mi deve comprare la macchina! (ecco, manco due ore che è a Roma e già è isterica… ma chi me l’ha mannata questa!!!) Io come faccio? io ho bisogno!! io non posso vivere senza la macchina e la mia indipendenza (vabbé…), ma capisci che tragggedia? (no, onestamente non capisco, me la sono cavata benissimo senza la macchina). No, guarda non puoi capire (e infatti proprio questo pensavo), io non posso, proprio non posso vivere senza la discoteca!!! (Bene, quale presentazione migliore e più sintetica di questa?)

Va bene, ma sei appena arrivata! Come ti trovi nella stanza nuova? Come va?

Eh, come va… bene, ma che sono stanca!!

E perché?

E perché… cioé… ho visto l’orario delle lezioni… ma che sono pazzi qua! cioé… tutte quelle ore di matematica… cioè ma sono pazzi!

Ma che orari hai?

Tutti i giorni pieni!

La mia espressione è “un po’ così”, come dire: A’ Cosa!? Sei all’università, mica a Gardaland? E allora continua spiegandomi i suoi GRAAAAAAAANDI impegni.

Cioé! Che sono pazzi! (aridaje) Allora, il lunedì e il venerdì solo non ho mai lezione! (e ti lamenti pure? my god…) poi sempre! capisci? fino alle sette la sera!!!

Mah, sentendo la mia coinquilina preda delle lamentazioni di Geremia mi stavo quasi commuovendo, ma essendoci passata per l’università (ed anche restata per un po’, la stessa che ho frequentato io, con la differenza che il suo piano di studi, essendosi iscritta a un corso di laurea triennale, è leggermente meno… intenso… del mio. Ma, no problem per me, sono scelte) mi sono autoconcessa il beneficio del dubbio. Dunque la Lamentosa si alza con calma alle 10. Entra in bagno e ne esce circa 2 ore e mezza dopo (uguale a come è entrata, con la differenza che il bagno di un autrogrill è più ordinato e pulito, mentre il nostro non è più praticabile… ma “che sono troppo stanca… e dopo metto in ordine” e quel “dopo” configura un futuro indeterminato e per evitare l’esplosione di un viscere cavo situato nel basso ventre e fare plin-plin devo prima un attimino pulire, ché anche una scimmia non ammaestrata si rifiuterebbe di entrare in quel bagno). Va in cucina, blatera che non sa fare il caffé senza il dosa-caffé (no? è INDISPENSABILE per fare il caffé, e pensare che io – che idiota – lo faccio da anni solo servendomi di moka, acqua, un cucchiaino e il caffé macinato) e spera, guardandomi e sbattendo le ciglia (a’ bella!!!) che glielo prepari io (che però non ho mai avuto intenzione di gestire un bar, quindi… ciccia!). Così a mezzogiorno e mezza è ancora indecisa sulla colazione. Si prepara un po’ di latte, biscotti e nutella, poi ritorna in bagno per un’altra mezz’ora, nel frattempo mette su musica a tutto volume che fa concorrenza alle migliori discoteche del continente, poi ritorna in cucina e prepara il pranzo (prepara… brucia pentole e sofficini… inutili le mie spiegazioni sulla preparazione… ma d’altronde come può sentirmi in mezzo al casino del tum-tum-tum della discoteca in casa?). Ovviamente è sempre attaccata al cellulare, ci urla dentro, forse non sa che le cornette sono state inventate apposta perché se devi parlare con una persona che sta a diversi chilometri da te non devi consumarti le corde vocali né causare sordità in chi ha la sfortuna di condividere con te l’appartamento. Mangia, si lamenta, si chiede come mai ha sempre mal di gola (e pensando alle sue conversazioni telefoniche io una spiegazione ce l’ho e mi vien da ridere a crepapelle), è stanca, ha fatto troppo quella mattina, poi ritorna in bagno e ci sta fino alle 15.30 circa, ora in cui esce per andare all’università. Che bello, penso, ora avrò un po’ di pace fino alle 19! No? Non aveva detto che le lezioni duravano tanto e la stremavano?

Ma de che? Alle 17.30 è già a casa. Urla come una pazza isterica che è in ritardo, perché deve uscire, deve andare in un locale, ma lei non è mai uscita di casa senza le ascelle depilate (e vabbé, ma a me che me frega, c’è bisogno che lo urli come se stesse per cascare il mondo?), che non sa che scarpe mettere, che non ha nulla di nero adatto alla serata, che la minigonna non è abbastanza mini, che quella maglietta è scollata ma non troppo, che altrimenti poi le amiche non la invidiano per la scollatura, che tanto la invidieranno comunque perché tutti ci provano con lei, ma lei cerca l’amore della sua vita, cerca la persona giusta, però ieri ha incontrato un tizio a una festa, era ubriaco e dopo aver vomitato insieme (che schifezza… l’amore ai tempi del conato…) lui l’ha baciata (bleahhhhh) e allora lei ora si chiede se questo è amore o una botta e via (eh? ma questa cosa si commenta da sola, scusate), intanto è in ritardo, lei è sempre in ritardo! Ma non è colpa sua, è colpa delle amiche che le hanno comunicato della serata solo alle 17.30 e l’appuntamento è (udite udite) alle 20.30!  Per tre ore tre, ho assistito a una scena come poche, se avessi avuto un fucile le avrei sparato per non farla soffrire più!

Finalmente esce. Ovviamente torna al mattino, ubriaca, persa, inutile essere disturbatrice del mio sonno!!! Sgrunt!!!

La mattina ride, pare contenta, ma è stanca, poverina (invece io no, che stupida, che stavo in casa a studiare come una matta e a fare le ore piccole sulla tesi…), intanto il pavimento è disseminato della qualsiasi, anche gomme da masticare sparse dappertutto. Si lamenta, si lamenta anche che non l’ascolto (e ma vedi di andartene al diavolo, che sono presa da studio e lavoro, e devo trattenermi dallo sbranarti altro che ascoltarti…), sporca, brucia i sofficini e la pentola, si fuma il pacchetto di sigarette in una mattina, mette la musica a palla, mangia, si trucca e si stucca (19 anni hai, ma che stucchi piccola idiota? Tre dita di intonaco e ancora puzzi di latte!), mi parla da donna vissuta cercando di insegnarmi a vivere e intanto lascia accesa la piastra per i capelli poggiata su un supporto in plastica che ovviamente si squaglia rilasciando fumi tossici, poi dimentica il gas aperto, poi usa la lavatrice (comune, vorrei precisare) come cestino per i suoi panni (e non li lava, e non li lava!!) poi litiga con le scarpe, poi finalmente esce e… la serata si chiude sempre al solito modo.

In questi due mesi ho lavorato sodo, non ho le energie per comprendere, non ho la voglia di “aiutare” chi non vedeva l’ora di venire a Roma per fare i propri comodi tanto paga Pantalone (e paga caro, ché in un mese e mezzo già le hanno bloccato ben due carte per aver sforato la soglia massima di spesa mensile… ma dopotutto se una non si accontenta del televisore specie “comune”, ma assolutamente non può vivere senza il televisore al plasma… parole sue… e infatti l’ha acquistato veramente), ma in fondo non ho neanche la forza e la volontà di emettere sentenze sulla vita altrui, ché ancora devo capire la mia. Non ho la presunzione di insegnare agli altri come si vive, che devo ancora impararlo io.

Ma solo una è la cosa che mi interessa. Una è la cosa che mi consola e che mi fa bene, ma tanto bene alla mente e al cuore.

TRA POCHI GIORNI TRASLOCO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Arrivederci alla città che ho vissuto

Roma.

L’ho vissuta questa città. Da quando ho terminato il liceo sono approdata qui, città che mi incantava e spaventava insieme. Ma sono cresciuta con Lei. Roma. Le sue strade conservano i miei passi, i miei ricordi, la mia storia… già, in mezzo alla moltitudine di storie che hanno camminato qui, c’è anche la mia. In mezzo all’eternità dei momunenti dell’Urbe c’è un pezzo di me e del mio cuore.

Qui la mia vita ha iniziato ad essere veramente mia, ad appartenermi più che altrove. Qui ho dovuto contare sulle mie forze, tutelarmi, ma anche fare delle scelte, misurarle, ponderarle. Qui ho dovuto costruire una nuova realtà sociale e di amicizie, qui ho riso e ho pianto, qui ho avuto tutto e perso niente.

C’è un po’ di Roma nei miei occhi, nel mio accento e in certe espressioni dialettali, c’è un po’ di Roma nell’ironia e nel sarcasmo. Ma non è Lei ad appartenere a me. No, Lei è troppo grande, Lei contiene. Contiene anche me, così tanto che sono io ad appartenerle.

A volte odio il suo caos, il disordine, il rumore, la gente che corre senza guardare. Ma l’odio è la faccia di quella medaglia che dall’altro verso non mostra che amore… Perché non c’è un’altra città uguale, perché non c’è un altro posto al mondo che a me sembra altrettanto familiare. Qui non mi sono mai sentita smarrita, qui ho trovato sempre la forza di andare e ricominciare, qui mi sono fatta coccolare e distrarre quando i pensieri erano carichi di nebbia, qui ho sempre trovato la strada. Qui c’è sempre una strada per me, su misura per ogni occorrenza… ampi lastricati, viali enormi, vicoli intrecciati e stretti che poi si aprono su spazi meravigliosi che si riempiono dello stupore dei passanti e dei turisti… quante volte sulle stesse strade, ogni volta lo stesso stupore… non c’è posto al mondo capace di sorprendere così. E pensare che tutta questa bellezza è un po’ anche mia… è stata mia e lo sarà per sempre, perché questi posti hanno impressionato la pellicola della mia memoria… qui, tra questi mille vicoli, ho lasciato i pensieri disperdersi e poi ricongiungersi sulle rive del Tevere, ho disperso la tristezza e mi è stata restituita la serenità.

Roma, come posso lasciarti? Per quanto possa immaginare che una vita in questo caos non sia agevole, come posso credere di riuscire a sopportare il distacco? Sono una persona a cui piace cambiare, trovo il cambiamento stimolante, il nuovo mi affascina e mi dà slancio, la curiosità per il nuovo mi dà forza ed energia… ma se dovessi andar via, Roma promettimi che le tue strade conserveranno ancora la mia storia e i miei ricordi, Roma conserva anche questa malinconia di oggi che piove giù dalla mia testa come l’acqua che ti bagna ora dal cielo. Roma, promettimi che mi riconoscerai ancora tua quando ritornerò.

(note a margine: tengo a precisare che nonostante la nostalgia emergente da quanto ho scritto, non ho programmato ancora di lasciare Roma… tuttavia questi pensieri sono figli della consapevolezza che questa città mi mancherà e mi è mancata tutte le volte che mi sono allontanata anche per pochi giorni… e sono frutto o contorno di una specie di “depressione post-laurea” per la serie: Ok, abbiamo riso e festeggiato, ma adesso? … Beh, la mia amica, che non ha tutti i torti, giustamente mi risponde: e adesso pensa alla salute!)

Di sogni e di felicità

Di altro non so parlare, di altro non posso dire. Anche nei giorni di stanchezza e di stress, anche quando, a causa del caldo, potrei adibire la mia camera a sauna (nonostante l’ardua impresa del montaggio del ventilatore qualche tempo fa), anche quando vedo una vespa entrare in stanza e mi viene un attacco fobico che induce la mia coinquilina ad armarsi fino ai denti per liberarmi della presenza che mi causa il nocumento psicologico (perché quello fisico lo creiamo a lei, alla vespa, tié!!!), anche quando ho finito il gelato e non ho la forza di andare a comprarlo e tranne nei casi in cui in casa manca il caffé, ecco, io penso ai miei sogni e alla felicità… non solo ci penso, ma mi sento più sognatrice del solito e forse anche più felice.  Da tempo mi sento come sospesa o, forse, semplicemente non vedo più la differenza tra il cielo e la terra, da tempo sembra che nell’aria ci sia qualcosa di strano, un movimento tattico degli elettroni nello spazio che spinge la ruota del destino in una direzione che non mi dispiace affatto. Nonostante dubbi e perplessità che la mia amica assorbe e poi mi rilancia come freccette che arrivano al bersaglio, fanno centro e mi fanno riacquistare fiducia, nonostante i comuni pericoli quotidiani, nonostante la proprietaria di casa e la straordinaria amministrazione di faccende che non mi competono, riesco ancora a stare in equilibrio. Sarà il destino che mi aiuta, che mi sorregge, forse una mano invisibile mi sostiene… o forse, più semplicemente, legami che spesso ho rifiutato o di cui ho negato la piacevolezza (forse temendola un po’), ora sono una possibile corda su una scalata ripida … così non è la salita ad essere meno pericolosa, non è ciò che è fuori di me che è cambiato, non è il cielo che si è fuso con la terra, ma è quello che è dentro di me che si sta trasformando. E forse imparo ad accettare il rischio, a valutarlo, a metterlo in conto, a immaginare come ammortizzarlo senza per questo precludermi delle possibilità di vita che, se scelte e ben vissute, non possono che dare slancio anche alla routine, al quotidiano, trampolino per i giorni a venire. Così ogni giorno mi sembra diverso dall’altro e faccio di tutto, seppur suffragata da una buona dose di fortuna (che non guasta mai), perché domani sia migliore di oggi, perché il mio tempo preferito sia sempre il futuro, vivendo a pieno il presente. Se ami l’oggi, il domani ti ricambierà con la stessa passione. Credo.

E dopo questa ennesima scoperta della warm water di cui questo blog è costellato, penso che mi preparerò un buon caffé che in fondo, come ho scritto sopra, è la conditio sine qua non perché possa godermi la felicità o, se non altro, svegliarmi bene per poterne notare la presenza 😉   .

Il momento per vendere

I momenti per comprare si stanno riducendo drasticamente all’osso. Un po’ perché il tempo è denaro, un po’ perché l’estate abbronza e il sol leone prosciuga le già scarse finanze, un po’ perché i proprietari di casa sono delle belve feroci, predatori di risorse e stipendi altrui, un po’ perché le bollette bollono nelle buste roventi di tasse. Così, per quanto mi riguarda, il momento di comprare non è certo questo.

Invece c’è qualcuno che pensa che sia sempre il momento per vendere.

“Perché non proviamo a disincrostare un po’ il lavello? Ma, sa, se vuole convincermi, dovrebbe mostrarmi come questo gioiellino di aspirapolvere riesce a pulire le mie tende, lucidare specchi, vetri e pavimenti con la forza del vapore, far brillare la mia casa in poco tempo, sgrassare, inamidare, lavare, levigare dal bagno alla cucina, dal corridoio al balcone, da una camera all’altra, tra un lampadario e un abat-jour!”

Questo è quello che avrei voluto dire al disturbatore del mio riposo mattutino, avrei voluto farlo sgobbare e sudare e spremere come un limone in dimostrazioni senza poi comprare alcunché, quando ha osato suonare al mio campanello nella vana speranza di vendermi un elettrodomestico… alle 7.40 di questa mattina!!! Alle 7.40 della mattina quando ho ancora la voce roca nel pigiama, il cervello in stand-by, la mano destra programmata solo ed esclusivamente per spegnere la sveglia, avvitare la caffettiera, prendere una tazzina e attendere un lento risveglio, possibile che ci sia qualcuno già pronto sull’uscio di casa a vendere la qualsiasi? Forse pensa che, ancora obnubilata dal sonno e dal torpore, gli firmi l’acquisto senza neanche sapere cosa compro e perché. Forse è una nuova strategia di vendita, di mercato, o forse è sempre la stessa: trovare il momento di prendere il consumatore in castagna tendendogli un agguato in un momento di vulnerabilità…

Mi spiace, cari venditori dell’alba e disturbatori delle mie ciabatte, per me non è il momento di acquistare. Non costringetemi a passare alle maniere forti, eh? Non costringetemi a staccare il campanello (anche perché lo dovrei staccare materialmente, visto che in casa non c’è un tasto per spegnerlo)!!! Non costringetemi al gesto estremo.

“Il turbante viaggio d’istruzione”

Salgo in autobus, prendo posto, frugo nella borsa… nooo, ho dimenticato il lettore mp3, mi toccherà sorbirmi le chiacchiere dei passeggeri. Pochi, per la verità. Roma è ancora “in ferie” e sugli autobus sale solo qualche adorabile nonnina e la classica categoria di persone che non va mai in vacanza (perché con la testa lo è da una vita), quella dei “fuori come un balcone”, che grazie allo svuotamento della città, grazie alla dispersione dei pendolari in altri lidi, risultano improvvisamente più evidenti.

“Ooh, giovanotto, non preferisce sedersi accanto a una giovane?” domanda una dolcissima vecchina a un ragazzo sulla trentina appena salito a bordo, vestito di bianco dalla testa ai pie’. Sì sì, non è un modo di dire!!! Indossa un infradito bianco (eee, la mia amica me lo ricorda sempre che non bisogna fidarsi degli uomini che girano in città con l’infradito!), un pantalone bianco, una camicia bianca e una sciarpa bianca in testa arrotolata a mo’ di turbante.

“No, Signo’ – risponde quello – non mi piacciono le giovani che quelle non capiscono una m******”

“Ah, e va bene… ma lei è napoletano, come mai porta il turbante?”

“Perché? Non lo posso portare solo perché sono napoletano?”

“No, si figuri! Di solito lo portano gli indù!”

“E uno per mettersi il turbante deve essere per forza indiano?

“No, no, guardi, la gente, lei, per quanto mi riguarda, può fare come le pare!”

“Certo, che qua ci deve essere libertà! A quelli che tolgono la libertà io… Signora, non sa che gli farei!”

“No, no, ma vede, qui c’è libertà. Finché non fanno leggi per proibirlo noi potremmo indossare tutti i simboli come ci pare e piace.”

“Signora, guardi, lei mi sta simpatica. Sa perché porto il turbante? Perché finché porto il turbante vuol dire che dio c’è!”

“Ah… il turbante… dice?”

“Certo, il turbante! Perché io a dio ci credo, a quello sì, finché ho il turbante vuol dire che dio c’è. Lo so che c’è! Ma i preti, ah, quelli mi fanno schifo, io ai preti non ci credo, quelli rubano, si prendono i soldi.”

“Guardi – risponde sempre con garbo la dolce nonnina – io un po’ la penso come lei, so che dio c’è, ma in fondo dei preti non mi importa niente, e poi ci sono anche quelli buoni.”

“E no, signora. Il Vaticano com’è cominciato così finirà. Vedrà! Tutto ha un principio e una fine e manca pochissimo alla fine”.

Mentre pronuncia queste parole dall’acre sapore apocalittico, l’autobus si trova proprio alle spalle der Cuppolone, c’è un po’ di tensione a bordo, perché in città sarà pure sbarcato l’esercito come in Normandia giusto qualche annetto fa… però sugli autobus nessuno protegge i viaggiatori… e il livello di insicurezza è pari a quello che c’era prima…

Il ragazzo con-turbante si alza e comincia a urlare: “La gente come voi favorisce questo schifo di Vaticano e la chiesa, voi siete che lo favorite, perché vi fate rubare i soldi da loro!!! Ma è giunta la fine!!! La fine!!! E mò, con questi soldi, il Papa … che poi chi è il Papa, uno che si veste di bianco! E allora pure io so’ il Papa e pure io posso parlare, come lui, lui sul balcone io sull’autobus! Posso parlare!!! E posso dire che lui, quelli come lui, maschi e femmine, coi soldi ci si devono pulire il c***!!!”

Manca ancora un bel tratto alla fermata, però l’autista apre lo stesso le porte dell’autobus proprio davanti all’ingresso dei musei vaticani. Il ragazzo scende senza nemmeno rendersi conto se quella fosse o no una fermata. E mentre tutti noi tiriamo un sospiro di sollievo, sentiamo l’autista borbottare: “E mò, vagli a citofonare, digli che deve fa’ coi sordi nostri che almeno t’arestano e poi puoi parlare dar buco de ‘na cella!”

Che vita sarebbe senza ispiranti viaggi di istruzione in bus?


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